feb 8 2010

Storie afgane

Sandra Venturini

“La cosa che mi spaventava di più era la paura di essere ucciso o derubato, quando sono tornato a Milano, quasi quasi volevo andare in chiesa ad accendere due candele, perché sono tornato vivo. Non sono cattolico, ma era per l’emozione, ero contentissimo, non ero contento di essere andato nel mio paese, ero contento di essere tornato in Italia. Ho incontrato persone che sparavano, proprio che sparavano!”

Da “Mi brucia il cuore! Viaggio di un Hazara in Afganistan, e ritorno” di Hussain Nazari.
Nato a Kabul nel 1990, in Italia dal 2006, Hussain nel 2008 è andato in Afganistan a cercare sua madre.

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L’Afghanistan nel 2009 e’ al penultimo posto al mondo nell’indice di sviluppo umano, che vuol dire qualità della vita. Eppoi ci sono la guerra, le bombe, le mine e i talebani. Per questo scappano. Per questo arrivano qui e spesso hanno alle spalle storie di sofferenze troppo grandi per ragazzi tanto giovani.

Soli al mondo

Anche lui si chiama Hussain, ha 19 anni e ha perso suo padre quando ne aveva 12. E’ poi fuggito con sua madre in Iran, lì lavoravano in un allevamento di polli, li ammazzavano di notte. Durante il viaggio per raggiungere l’Italia due anni fa, ha perso il numero telefonico di contatto con sua madre, che in Iran essendo clandestina deve spostarsi sempre, ritrovarla non é stato più possibile ….

Di lui vi avevo raccontato che un carrozziere a Roma lo aveva preso a lavorare, al nero però, un giorno si è fatto un taglio a una mano, allora l’han mandato via. Per fortuna gli han dato i soldi di un mese di lavoro da apprendista. Dopo un bel po’ di delusione, ora ha iniziato un corso di aiuto cuoco. C’è voluta perfino un’apposita divisa, con tanto di cappello e scarpe bianche.

Un po’ di fortuna!

Anche Khaled, 19 anni, ha perso i contatti con qualsiasi familiare … Eppure ora gli é capitata una bella fortuna: ha trovato una bravissima zia italiana che lo aiuta con lavoro e tabelline, sì perché Khaled deve fare gli esami di Terza Media e gli servono ripetizioni ….

E un’altra zia l’ha trovata Alì, una generosa scrittrice italiana che nonostante i propri impegni fa ripetizione di italiano e geografia a lui e a Khaled, sempre in vista della licenza media. E si preoccupa di promuovere Alì nel suo quartiere affinché trovi lavoro ….

Yunis, 23 anni, anche lui solo al mondo ma ora fidanzato in Finlandia, e’ venuto in Italia per ottenere il nulla osta al matrimonio. Se sei rifugiato non puoi avere i certificati dall’anagrafe o dall’ambasciata, servono altri documenti. Gli ho detto che poteva stare da me quando veniva a Roma, l’ho incoraggiato quando doveva andare in qualche ufficio e credeva che a lui non avrebbero dato retta. E’ andato tutto bene, e’ ripartito col nulla osta e tutti i timbri che servivano!

Molti non sanno

Che ci sono ragazzi afghani che a Roma vivono all’addiaccio, che li ho trovati a dormire con delle tendine leggere, senza riparo e in mezzo alle pozzanghere, che in confronto una situazione come a Rosarno era di lusso … Non so cosa si possa fare per loro di questi tempi, ma almeno non considerarlo normale …


gen 25 2010

A scuola (2)

Antonio U. Riccò

Luca da Vicenza, un ragazzo di terza media, dopo aver ascoltato la lettura del racconto La Missione di Tariq, mi ha scritto:

“Mi ha colpito il fatto che delle persone normali debbano pagare un prezzo molto alto per ricominciare ad avere una vita… Sinceramente è davvero ingiusto perché questi ragazzi possono addirittura morire durante il viaggio verso la libertà. Sentire le sue parole mi ha fatto capire quanto è difficile per alcune persone avere una vita normale e mi ha provocato dentro tristezza e incredulità. Spero tanto che ogni giorno che passa questi ragazzi possano avere una vita come la mia…”

Chiara, invece, scrive:

“Ho imparato che al mondo esistono altri problemi oltre a quelli economici. Mi ha fatto molto riflettere su quei ragazzi che stanno lontani dalle loro famiglie, dalle loro case, dalla loro terra e tutto, magari, solo per riuscire a tornare a casa con solo cinque euro, cha da noi equivalgono a una miseria mentre da loro equivalgono a un pasto sicuro. Ma esistono anche ragazzi che partono e hanno già in mente che non torneranno più. E magari non riescono neanche ad arrivare alla loro meta sani e salvi, o muoiono durante il tragitto o vengono scoperti e rimandati indietro o addirittura quando vengono scoperti vengono picchiati e uccisi.”

Marco, di seconda media, si ritiene fortunato:

“…mi sono reso conto che sono un ragazzo fortunato perché ho la possibilità di andare a scuola e divertirmi, invece ci sono ragazzi che sono costretti ad andare a lavorare tutto il giorno dalla mattina sino a sera tardi. Inoltre ho imparato che non devo mai sprecare un’occasione anche se non è importante…”


gen 23 2010

A scuola (1)

Antonio U. Riccò

Possono, dei ragazzi di 13-15 anni, capire cose che gli adulti stentano a comprendere? Sì, possono, è la risposta che mi do dopo aver letto le lettere che una classe di alunni vicentini mi ha spedito nei giorni scorsi.

Erano attenti, attentissimi nell’aula magna della loro scuola il giorno in cui ho presentato loro La Missione di Tariq in una versione leggermente adattata, accompagnata dalla proiezione di fotografie e con l’aiuto di alcuni loro coetanei, che si sono prestati a fare da lettori. La loro commozione e partecipazione era percepibile in quel momento. Ora, a distanza di un paio di mesi, ho letto i loro pensieri e vorrei offrirveli, almeno in parte, iniziando da oggi.

Filippo mi scrive:

“…Per alcuni aspetti il viaggio del protagonista è così avventuroso che sembra un racconto inventato e non una storia vera. Sembra quasi impossibile che un uomo possa sopportare tante difficoltà per scappare dal suo paese in guerra e poi morire in maniera così tragica e triste quando ormai era così vicino alla sua libertà….”

Ambra, che sembra essere stata molto impressionata dal racconto, mi invita ad andare avanti:

“…lei ha fatto bene a scrivere un libro su questo argomento, così molta gente si accorgerà della realtà e smetterà di pensare che queste persone sono una zavorra per il nostro paese e si renderanno conto che la vita è una sola ed è meglio viverla bene. Forse riusciranno a pensare che magari il prossimo ragazzo che arriverà in Italia potrà essere il miglior amico di suo figlio o suo genero.”

Anche Stefano sembra colpito:

“…il suo libro mi ha fatto riflettere molto, infatti non pensavo che gli extracomunitari avessero una vita così difficile, pensavo che risparmiando un po’ quasi tutti potessero entrare in Italia legalmente. Il suo libro fa risaltare il contrario e la realtà … anche se serio e drammatico mi è piaciuto, sia perché mi ha formato sia perché mi ha fatto riflettere e perché per una volta mi sono fermato a pensare come vive un extracomunitario…”

Infine, per oggi, i pensieri profondi di Anna:

“Dopo la visita nella nostra scuola mi sono ritrovata spesso a riflettere sulla fortuna che abbiamo ad essere nati qui in Italia dove la qualità della vita è sicuramente migliore di quella che attualmente si ha in altri posti del mondo dove i ragazzi come noi, della nostra stessa età, per raggiungere obiettivi che noi diamo per scontati, sacrificano le poche cose che hanno dando, a volte, anche la vita.
Il lungo viaggio di Tariq è stato sicuramente difficile e faticoso, tanto che noi non riusciamo nemmeno a immaginare, ed era qualcosa in cui lui credeva e per cui si è impegnato con tutte le sue forze. Anche se proviamo a identificarci, non ci riusciamo perché la maggior parte di noi ha ottenuto tutto fin dall’inizio, senza dover lottare per poi riuscire a vincere… Qualche volta anche se ci s’impegna al massimo non si riesce a raggiungere lo scopo, ma questo è il rischio che si corre quando ci si impegna oppure non si perde niente però non si ottiene niente senza provarci.
Il viaggio di Tariq racconta ciò che noi spesso cerchiamo di dimenticare ed è ciò che inevitabilmente succede ogni giorno più e più volte. Se solo potessimo trovarci nella sua situazione, anche per un giorno, potremmo apprezzare molto di più quello chge abbiamo sempre avuto senza nessuno sforzo…”


gen 22 2010

Oggi, due anni fa, moriva Kahled

Antonio U. Riccò

Più o meno all’ora in cui sto scrivendo, esattamente due anni fa, moriva Kahled.

Non al termine di una lunga vita e nel suo letto, ma sotto un tir spagnolo nel tragitto fra il porto d’Ancona e la zona industriale di Panighina di Bertinoro (FO) e a soli 15 anni. Ricordarlo oggi mi sembra il minimo che si possa fare per lui e per gli altri come lui: per Zaher, il 13enne poeta, schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre (VE) meno di un anno dopo, e per Amir, morto in circostanze simili ad Ancona il 23 giugno 2009.

Negli ultimi due anni ho cercato di raccontare la loro storia in vari modi: scrivendo un romanzo (Biscotti al cardamomo) e un racconto (La Missione di Tariq) che parlano di loro, dei giovani afgani in viaggio per mesi, spesso per anni, in cerca di una fortuna che si fa trovare raramente. L’ho fatto leggendo in pubblico i miei testi, cercando di dare voce alla loro disperazione. Da ultimo ho proposto il testo agli alunni di alcune scuole. Le loro reazioni sono state per me molto importanti, perché mi hanno segnalato che anche la morte assurda di Kahled, di Zaher e di Amir può avere un senso, se dalle loro storie nasce una riflessione per le nuove generazioni.

Da domani vi proporrò alcune lettere che mi sono pervenute da ragazze e ragazzi di una scuola di Vicenza a cui, un paio di mesi fa, avevo proposto “La Missione di Tariq“. Sono certo che anche voi avvertirete la grande commozione che emerge dalle parole dei ragazzi. La storia sembra averli toccati profondamente e esattamente questo era il mio obiettivo.

Quella storia sembra ora possa trasformarsi in una rappresentazione teatrale, da proporre, oltre che in teatro, in varie scuole del Land in cui vivo, la Bassa Sassonia. Due esperte registe tatrali – Nina de la Chevallerie e Luise Rist di Göttingen (v. boatpeopleprojekt.de) hanno iniziato a lavorare, insieme a me, per mandare in scena Tariqs Auftrag, questo sarà il probabile titolo del pezzo, verso fine anno. Gli incontri che abbiamo avuto sino ad ora con i rappresentanti di varie istituzioni culturali e sociali ci hanno rafforzato nell’impegnarci a fondo per la riuscita del progetto, cui collaborerà anche la casa editrice alpha beta di Merano, che ha pubblicato il testo da cui è tratta la rappresentazione.

Lo facciamo con lo scopo di aiutare i giovani a riflettere sulla situazione dei profughi e a prendere posizione, nella loro vita futura, contro ogni discriminazione e manifestazione xenofoba nei loro confronti. Ma lo facciamo anche perché Kahled, Zaher, Amir e gli altri non vengano dimenticati, dopo le poche righe di cronaca che sono state dedicate sui giornali alla loro terribile morte.


gen 9 2010

Vergogna giornalistica

Antonio U. Riccò

Ma chi lo dice che la moderna manipolazione mediatica dell’informazione deve essere sottile, quasi impercettibile, nascosta? Perché scomodare i messaggi subliminari o ad altre raffinatezze quando i metodi grezzi di un tempo hanno comunque successo? Ce lo dimostra tutte le sere il TG1, che in questi giorni sta dando un corposo contributo alla campagna elettorale ormai aperta.

Il TG1, una volta, era il telegiornale principale della RAI. Forse sembrava a volte un po’ noioso. E tuttavia i servizi che presentava erano tesi ad accreditare di l’immagine di un TG ingessato, ma che almeno si sforzava un pochino d’essere equilibrato: oggi, diretto da Augusto Minzolini, è diventato lo strumento principe della propaganda del governo, in gara con il TG4 di Emilio Fede (che essendosi da tempo dichiarato il fan più convinto di Silvio almeno non si può accusare d’ipocrisia). Non serve ascoltare i commenti che il direttore in persona di tanto in tanto ci propina: basta guardare il TG1, anche solo di tanto in tanto, per capire che il ruolo di cavallo di Troia (di Mediaset) nella televisione pubblica viene svolto senza alcuna vergogna e in modo esplicito. Spudorato, direi.

Venerdì sera, alle 20.00, ha offerto una panoramica dei fatti del giorno che sembrava – per scelta dei temi, delle immagini e dei testi – scritta in via Bellerio, cioè nella sede nazionale della Lega Nord. Questa era la scaletta dei primi 20 minuti di trasmissione:

- Titoli d’apertura (in evidenza: gli scontri tra la popolazione di Rosarno (Calabria) e gli immigrati)
- La battaglia di Rosarno, con un’inviata che intervistava i protagonisti dei disordini, e la riproposizione di un servizio d’archivio sulla “Città di cartone”, un fatiscente capannone industriale in cui vivono centinaia di immigrati africani sfruttati nelle aziende locali – quasi 6 minuti di servizio.
- Immigrazione e politica con le citazioni di alcuni esponenti politici (2 minuti), secondo il metodo sandwich (pane, salame, pane): largo spazio al Ministro degli Interni Maroni, che spiega come sia stata l’eccessiva tolleranza verso gli immigrati a provocare i disordini, qualche frasetta concessa in fretta all’opposizione (Bersani riesce almeno a dire che la legge che attualmente regola l’immigrazione prende il nome dai due politici che l’hanno concepita: Bossi e Fini) e per finire una carrellata di esponenti del centrodestra.
- Un minuto e mezzo viene dedicato al tema – proposto dal Ministro Gelmini e certamente importante – della riduzione del numero degli alunni stranieri per classe.
- Intervista al capogruppo della Lega Nord alla Camera e candidato alla presidenza della Regione Piemonte, Roberto Cota, utilizzata per riprendere il tema dell’immigrazione clandestina (2 minuti e 20 secondi)
- Piccola finestra “informativa” sulle elezioni regionali e soprattutto sull’economia italiana, che secondo il TG1 va a gonfie vele, meglio della media europea (2 minuti e 35)
- Condanna in Tribunale di quattro rumeni accusati di stupro e di rapina (1 min. e 35 sec.)
- Arresto di uno stupratore seriale – un africano – a Milano (1 min e 20 sec.)
- Attentato alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria da parte della criminalità organizzata (1 min. e 25 sec.)
- Tentativo di attentato di Al Qaida sul volo tra l’Olanda e gli Stati Uniti (1 min. e 35 sec).

Di questo passo, tra un giorno e l’altro, sarà l’inno a Berlusconi ad aprire e chiudere il TG1…


dic 31 2009

Annus horribilis

Antonio U. Riccò

Dal sito asminet.org, l’infaticabile Marzia Coronati ci offre una nuova trasmissione tutta da ascoltare e un commento che mi sento di sotttoscrivere pienamente:

Annus horribilis in decade malefica. Questo è il titolo dell’editoriale con cui Melting Pot, uno dei più visitati portali internet per i migranti in Italia, conclude il 2009. “Un anno orribile in un decennio altrettanto malefico in cui è stata disegnata la forma di governo dei fenomeni migratori nel nostro paese”. Il 2009 è stato l’anno dell’approvazione del pacchetto sicurezza, del reato di ingresso e soggiorno irregolare, e di una serie di norme disumane nei confronti degli irregolari e altrettanto barbare nei confronti di chi un permesso ce l’ha, ma oggi più di prima è messo nella condizione di perderlo in ogni istante. E’stato l’anno del “White Christmas” (il bianco natale senza migranti del comune di Coccaglio), dei parcheggi gratuiti per i soli italiani, le ordinanze e le delibere discriminatorie messe in campo da comuni e provincie, gli autobus gabbia anti-clandestini, i cori razzisti negli stadi, i pestaggi nelle notti dei quartieri o quelli alla luce del sole dei ritrovi leghisti.

La redazione di Passpartù si augura che, chiuse le porte del 2009, si inizi finalmente a fare i conti con la realtà. Una realtà fatta dalla presenza di quasi cinque milioni di migranti sul territorio italiano e di circa ottocentomila figli di migranti, le cosiddette seconde generazioni: la generazione meticcia e pluridentitaria che nasce, vive e cresce nel nostro paese. Ed è proprio di loro che vogliamo parlare in questa puntata di Passpartù, lo faremo attraverso la presentazione di un film, In Between, che racconta la storia di nove ragazzi provenienti da nove città diversed’Europa. In chiusura, come sempre, Ritmi, l’angolo musicale a cura di Elise Melot.

Ecco il link per ascoltare la puntata!/

Con il nuovo anno, sia pure con frequenza più ridotta, ricomincerò a commentare gli eventi che m’interessano dopo la – salutare! – astinenza di queste ultime settimane.

Buon anno!


dic 19 2009

Premi e tribunali

Antonio U. Riccò

Vi ricordate Stefan Schmidt? Era il capitano della Cap Anamur, la nave dell’omonima organizzazione umanitaria tedesca. Cinque anni fa aveva ordinato ai suoi uomini di salvare dal Mediterraneo un barcone di 37 profughi alla deriva e per questo aveva subito, ad Agrigento, un processo per aver favorito l’immigrazione clandestina. Fortunatamente poco tempo fa è stato assolto per questo reato, ma ha certamente dovuto affrontare cinque anni particolarmente difficili.

Lo stesso Schmidt ha ricevuto nei giorni scorsi, in Germania, un premio esattamente per lo stesso fatto che lo aveva portato davanti al tribunale siciliano: aver soccorso degli esseri umani. Non per un altro episodio, bensì per lo stesso avvenuto al largo delle nostre coste. La Lega internazionale per i Diritti dell’Uomo gli ha conferito a Berlino la medaglia intotalata a Carl von Ossietzky – giornalista, scrittore, premio Nobel per la Pace nel 1935 – con questa motivazione: “aver mostrato straordinario coraggio civile e aver dato un particolare contributo per la realizzazione del diritti umani”.

Il coraggio civile di Schmidt e dei suoi è un esempio importante per le nuove generazioni, in un tempo buio d’intolleranza e scarsa umanità. Per fortuna che almeno in Germania qualcuno lo ha riconosciuto.

Carl von Ossietzky – limpida figura della storia tedesca contemporanea – è morto nel 1938 in seguito alla TBC che lo aveva colpito nel lager in cui il regime nazista lo aveva rinchiuso per le sue idee pacifiste.


dic 13 2009

Aus Sorge um Italien

Antonio U. Riccò

Care amiche, cari amici,

da alcuni giorni in questo blog non è comparso alcun articolo e qualcuno si sarà forse meravigliato, dopo mesi di puntuale presenza. Alcuni di voi si sono anche preoccupati, anche per il fatto che in questi giorni non sono certo mancati spunti per qualche commento o notizie dal variegato mondo italiano e dei profughi.

Sono state giornate d’intenso lavoro per allestire un nuovo sito che dal 15 dicembre verrà messo online. Si chiama www.aussorgeumitalien.de, sarà prevalentemente in lingua tedesca e verrà gestito insieme a un gruppo di persone unite da un motivo ideale: la preoccupazione per l’involuzione della situazione politica, sociale e culturale italiana. Si tratta prevalentemente di docenti universitari – tra essi spicca quello del sociologo Oskar Negt – ma anche di persone delle istituzioni (ad esempio l’ex presidente del Parlamento della Bassa Sassonia, Rolf Wernstedt), della Chiesa evangelica-luterana, della scuola e del sindacato.

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Aus Sorge um Italien – letteralmente più o meno Con apprensione per l’Italia – mira ad informare i visitatori di lingua tedesca su cosa sta avvenendo davvero nel nostro Paese, a correggere l’impressione che Berlusconi sia semplicemente un clown della politica, stravagante ma inoffensivo. Non abbiamo molti mezzi, se non la volontà di dar vita a una piccola ma combattiva iniziativa per mettere in guardia dal pericolo di una deriva neoautoritaria del governo e della società italiana che riteniamo pericolosa non solo per il Bel Paese, ma per tutta l’Europa. Cercheremo di farlo coinvolgendo in un dibattito aperto persone di ogni orientamento politico, perché siamo convinti che in Germania anche chi è collocato nello schieramento di centrodestra, vota o è stato eletto per la CDU, CSU o tra i liberali dell’FDP si riconosce comunque in valori – dalla libertà dell’informazione al rispetto delle istituzioni – che in Italia sembrano in pericolo.

L’ennesimo show, questa volta in terra tedesca, del Presidente del Consiglio – che a Bonn ha approfittato della riunione del Partito Popolare Europeo per attaccare quel galantuomo del Presidente Napolitano, sparare a zero sulla Corte Costituzionale e sulla magistratura, nonché raccontare insulse barzellette – ci ha confermato la necessità di fare qualcosa, poco forse ma comunque il possibile, per esprimere il nostro dissenso. Quello di tanti tedeschi che amano l’Italia e che soffrono nel vederla in questo stato, ma anche di molti italiani che vivono in Germania da molti anni e che non si sentono rappresentati da un ceto politico fanfarone e per nulla europeo.

Marcella e Hartwig Heine e io, che abbiamo dato vita al sito, sappiamo che quello che possiamo fare non è molto, ma lo faremo con passione e caparbietà, aggiungendo senza rivalità la nostra voce a quella di tanti altri preoccupati come noi e attivi nella rete.

Antonio Umberto Riccò


dic 8 2009

Farneticazioni ambrosiane

Antonio U. Riccò

Sembra incredibile la sfilza di sciocchezze che Guru Bossi e i suoi riescono a dire in poche ore, ma loro fanno a gara per offrircele. La reazione della Lega Nord per bocca dei suoi autorevoli (si fa per dire) esponenti alle pacate esortazioni del Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, ad un atteggiamento più umano e solidale nei confronti dei rom, è stata netta, tranciante, definitiva. Altrettanto netto, tranciante e definitivo non può che essere il giudizio sulle farneticazioni di Bossi & Co.

Vediamo innanzitutto che cosa hanno detto:

«In tutti i Comuni, e anche in tutte le scuole». La tradizione «è in pericolo e va difesa anche con il presepe, che va messo in tutti i luoghi dove si voglia – ha insistito Bossi, visitando insieme al sindaco l’allestimento opera di artigiani rigorosamente lombardi (la ditta è di Varese) -. Non penso serva una legge ma bisogna tutelare le nostre usanze. Se si fa venire nel nostro Paese troppa gente, ognuno porta le proprie tradizioni e rischia che non resti niente delle nostre». La gente «oltre alla cristianità dà peso alla tradizione e si sente sicura quando la tradizione è rispettata».

Così Il Giornale cita Umberto Bossi e poche righe più sotto l’Assessore milanese Massimiliano Orsatti, che parla di

un periodo «di costanti attacchi alle radici cristiane della nostra identità».

Calderoli ha lanciato la sua ennesima provocazione, ripresa tra l’altro da La Stampa:

«Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia». Il leghista si è poi domandato «Perchè Tettamanzi non è mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perchè parla solo dei rom?».

La Repubblica, invece, cita l’eurodeputato Matteo Salvini:

“Il cardinale è lontano dal sentire collettivo, quando si ostina a rappresentare i rom come le vittime del sistema invece che la causa di molti problemi. A Radio Padania hanno chiamato molti ascoltatori cattolici che dicono: “le guance da porgere sono finite”".

L’ANSA ha raccolto le parole del Sottosegretario agli Esteri, Mantica – non leghista, in verità, ma ben accodato alle posizioni bossiane:

“La polemica con Tettamanzi non ha origine da adesso. Il cardinale di Milano non ha un grande amore per i governanti locali, ha da sempre una sua posizione, legittima, che se non e’ di opposizione e’ sicuramente critica nei confronti dei governi locali Penso che la polemica sia assolutamente inutile perche’ Tettamanzi e’ la rappresentazione di un clero cattolico solidarista, tipicamente milanese, che a una certa fascia di milanesi si rivolge. E storicamente e’ sempre stato cosi”.

Si dice, infine, cha la Lega Nord vorrebbe un nuovo Cardinale, più padano, e si aspetta che il Papa lo nomini presto così da mandare in pensione il cattocomunista Tettamanzi, di cui il quotidiano della Lega Nord si chiede se si tratti davvero di un cardinale oppure di un imam.

La deriva dell’egoismo e del razzismo è favorita, come si vede, dalla perdita della razionalità ma anche dei valori, Paradossalmente proprio quei valori cristiani che la Lega strumentalmente dice di voler difendere. Peccato che siano ancora in pochi ad accorgersene in Italia.


dic 5 2009

Profugo a 9 anni

Sandra Venturini

Sandra Venturini, da Roma, scrive:

Domenica scorsa, quinta domenica di Novembre, alla Stazione Ostiense nessuno ha portato cibo la sera. La mensa per i rifugiati chiude il sabato e la domenica, per cui neanche a pranzo i ragazzi avevano mangiato niente. La serata era fredda ed erano molto affamati. Lo so, ve l’ho già raccontato tante volte, eppure questo fatto non può sembrarci una cosa normale. Tra di loro c’era un bambino di 9 anni, accompagnato dal fratello di …. 14 anni! Questi giovani spesso arrivano e ripartono nello spazio di pochi giorni, non parlano l’italiano e in genere neanche l’inglese, non hanno soldi, non conoscono la città, hanno quindi ben pochi strumenti per avventurarsi a cercare cibo presso le parrocchie o altri enti, come ci piace pensare che dovrebbero fare …

E’ vero, oltre 100 rifugiati afgani che vivevano in condizioni sub-umane dietro l’Air Terminal, sono stati trasferiti al centro della Croce Rossa a Castelnuovo di Porto. Il problema però non e’ risolto e continuerà a proporsi, come spiega l’articolo di AMISnet “Afgani di Ostiense: ancora nessuna soluzione definitiva“.

E a proposito dei posti allestiti dal Comune per l’emergenza freddo, il numero verde mi ha già risposto – come già in passato – che gli interessati devono chiamare il loro numero, ogni caso sarà valutato, telefonicamente, in base alla fragilità. “Tu sei giovane” e’ stato detto ad uno di loro che aveva chiamato (traduzione: tu resti fuori!).

Buone Notizie

Una famiglia afgana composta da padre, madre, due bambine di 4 e 11 anni, da circa un mese chiedeva posto nei centri di accoglienza. La mamma e le due bimbe avevano trovato temporaneo riparo in una struttura che offriva alloggio ma non il cibo. Il padre dormiva all’addiaccio. Finalmente sono stati accolti tutti insieme e avranno persino colazione e cena. Spero che la bimba grande possa presto andare a scuola.

Habib, ragazzo serio e di poche parole, cercava da tempo lavoro presso un parrucchiere, dopo aver fatto la terza media, un corso per parrucchiere e … alcune centinaia di tagli di capelli ai ragazzi afgani. Ma non sembrava aver fortuna, forse per il suo look non abbastanza frivolo. Per aiutarlo nell’impresa, gli abbiamo stampato dei biglietti da visita, quando glieli abbiamo dati era commosso, ma ci ha anche confessato che proprio quel giorno aveva trovato lavoro, finalmente.

Yunis, che aveva ottenuto l’asilo politico ed è andato in Finlandia a trovare la signora che in passato l’aveva ospitato a casa sua, ora in quel paese ha trovato una fidanzata e ci ha chiesto come fare per avere i documenti per sposarsi. Per fortuna l’Alto Commissariato per i Rifugiati ci ha spiegato cosa deve fare e … si può fare.

Khaled di cui già vi abbiamo detto che ha 19 anni e sta facendo la terza media, ha trovato lavoro come giardiniere un paio di volte a settimana, era quello che ci voleva per permettergli di andare avanti con gli studi. E per acquistare fiducia nella vita.

A volte un piccolo aiuto può fare la differenza: una divisa da pizzaiolo per Mohamed, altrimenti non avrebbe potuto frequentare il corso di pizzaiolo offertogli dalla Caritas; due biglietti della metro per Hamid che doveva andare ad una intervista per lavoro, andata a buon fine; una pentola per la famiglia afgana che in seguito ha chiesto, timidamente e giustamente, anche un colapasta.

Ho mandato ai ragazzi gli auguri per la festa di Eid Qorban il 27 Novembre, ho ricevuto tanti SMS da loro :

“Tanti grasie mama di cure. Hai scritto tutto bene, ti saluto abraccio, a presto mama”.

“Ciao buonsera come stai grazei per salotare anchi per auguri nostr. festa grazei tant. salota ora”

“ciao buonasera grasi mamma buonatale sono Reza


dic 4 2009

Spararle grosse

Antonio U. Riccò

La Lega Nord e parte del governo di centrodestra non hanno perso un’occasione per gridare “al lupo! al lupo!” ogni volta che la cronaca offriva lo spunto per una caccia allo straniero, preferibilmente entrato illegalmente in Italia. E i risultati si vedono. Siamo il Paese europeo che ha più timore degli immigrati irregolari e siamo quello che sbagli (per eccesso!) le stime sulla presenza degli stranieri in italia. Poche informazioni, ma ben confuse

Il rapporto “Transatlantic Trends: Immigration” curato, tra gli altri, dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo di Torino afferma, secondo La Repubblica, che:

L’81% degli intervistati si dice più preoccupato dell’immigrazione illegale, che di quella legale: è la più alta percentuale tra i Paesi monitorati. Gli italiani pensano che i cittadini stranieri in Italia siano il 23% della popolazione complessiva (invece sono circa il 6%). Non solo. Il 49% considera l’immigrazione più un problema che una risorsa (4 punti percentuali in più rispetto all’anno scorso) e il 77% addossa agli irregolari la colpa dell’aumento della criminalità. E ancora: solo il 36% chiede di mettere in regola tutti gli immigrati privi di permesso di soggiorno.

La società della finta informazione è fatta così, basta spararle grosse ripetutamente e qualche pollo credulone lo si trova sempre. Questa è la politica della Lega Nord. Ma l’altra politica dov’è?


dic 2 2009

Senza (altre) parole

Antonio U. Riccò

“L’uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di… qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo… magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento… siccome è eletto dal popolo…(…) Ma io gliel’ho detto… confonde la leadership con la monarchia assoluta…. poi in privato gli ho detto… ricordati che gli hanno tagliato la testa a… quindi statte quieto!”

Gianfranco Fini, Presidente della Camera, ex segretario dell’M.S.I. e di Alleanza Nazionale, esponente di punta del Popolo delle Libertà, parlando di Silvio Berlusconi in una conversazione privata con il Procuratore della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi.


nov 30 2009

Minareti e Castelli-in-aria

Antonio U. Riccò

Non avevo una buona sensazione. Razionalmente mi dicevo che sarebbe prevalso il buonsenso, ma l’istinto mi faceva temere il prevalere della paura. Assurda e immotivata, ma ben presente anche nella ricca Svizzera. La paura della diversità, della contaminazione, della perdita della propria identità.

A guardar bene di motivi reali non ne esistevano: in tutta la Confederazione Elvetica ci sono – dicono tutti i quotidiani – solo 4 (quattro!) minareti e nessuno di essi viene usato per chiamare a preghiera i fedeli. Sono lì come i campanili cristiani e le torri laiche, senza peraltro far rumore, senza imporre nulla a nessuno. Esistono anche 200 moschee per una comunità islamica che è pari al 5% della popolazione (una ogni 1700 fedeli), una comunità ben integrata socialmente ed economicamente, si diceva fino a ieri. Ma ora gli Svizzeri hanno scelto di cancellarli dal paesaggio. Quei pochi esistenti non verranno abbattuti, si spera, ma di nuovi non ne verranno edificati. Verboten, interdit, vietato. Come le chiese e i campanili cristiani in alcuni paesi arabi, dicono alcuni per giustificarsi, peraltro dimenticando che la tolleranza religiosa è un principio fondamentale degli stati democratici, uno dei principi che l’Occidente pretende d’insegnare al mondo.

Niente nuovi minareti, dunque. Un problema risolto, pensa qualche sprovveduto. Al contrario, io credo che nuovi problemi avanzino. Perché – come non mi stancherò di ripetere – giocare coi simboli è sempre pericoloso. Il divieto dei minareti determinerà tensioni tra gli islamici, svizzeri e non, e il resto della popolazione, animerà gli estremisti sui due versanti ad alzare il livello dello scontro. Dopo i minareti potrebbe essere “logico” vietare le moschee e – perché no? – anche il professare la religione islamica. Non è difficile inmaginare che l’odio e l’intolleranza che questo voto esprime si riverseranno prima o poi anche su chi quel voto ha voluto. Spero di non essere un facile profeta, ma temo una spirale della stupidità.

A proposito… in questo panorama non potevano mancare le provocazioni leghiste. Roberto Castelli-in-aria ha voluto essere il primo a vaneggiare pubblicamente interpretando il voto elvetico come un passo verso le Crociate:

“Ancora una volta dagli svizzeri ci viene una lezione di civiltà. Il messaggio, che arriva soprattutto a noi che viviamo vicini a questa terra, è forte. Occorre un segnale forte per battere l’ideologia massonica e filoislamica che purtroppo attraversa anche le forze alleate della Lega. Credo che la Lega Nord possa e debba nel prossimo disegno di legge di riforma costituzionale chiedere l’inserimento della croce nella bandiera italiana.”

Il delirio leghista si rivela in queste occasioni per quello che è: non solo una pagliacciata, ma un pericolo per la democrazia, per la convivenza e coesione sociale, per le stesse libertà fondamentali. Castelli-in-aria (ma non era un fautore della fantomatica Padania?) pretende oggi la croce sulle bandiere italiane, senza specificare quale debba essere il tipo di croce da lui desiderato. Spero solo che domani non proponga di mettere una mezzaluna verde sui vestiti degli islamici e dopodomani di internarli in qualche luogo protetto.


nov 29 2009

Libertà e responsabilità

Antonio U. Riccò

La libertà di esprimere le proprie opinioni e la libertà di stampa sono beni preziosi e comportano una grande responsabilità per chi le esercita o è chiamato a tutelarle. Due fatti segnalati dai giornali tedeschi di questo fine settimana ce lo ricordano.

Il primo ha per protagonista Nikolaus Brender – attuale direttore dei servizi giornalistici della ZDF, la seconda rete televisiva pubblica tedesca. Brender è un giornalista indipendente, che fa il suo lavoro senza compiacere i potenti di turno e senza sostituirsi all’opposizione (siano esse espressione di maggioranze progressiste o moderate). Forse proprio per questa sua indipendenza di pensiero e di azione professionale è stato ieri “impallinato” dalla maggioranza dei consiglieri di amministrazione della ZDF, che non gli hanno rinnovato il mandato. Si dice che siano stati soprattutto il governatore dell’Assia, Roland Koch (CDU) e l’ex premier bavarese Edmund Stoiber (CSU) a volerlo cacciare: non gli perdonerebbero proprio questa sua scarsa propensione a essere accondiscendente con i potenti. Tra i critici di questa decisione – inconsueta nel panorama mediatico tedesco – vi è stato chi ha parlato di “metodo Berlusconi” per esprimere a chiare lettere la gravità di questo attacco alla libertà di stampa. Anche autorevoli giuristi sono intervenuti nell’acceso dibattito che si è aperto, lamentando come l’estromissione di Brender sia un segnale di “disprezzo della libertà radiotelevisiva”.

La seconda notizia riguarda un altro giornalista, Jürgen Emig, già capo della redazione sportiva della televisione dell’Assia (Hessischer Rundfunk). Emig dovrà scontare in carcere la pena che un tribunale gli ha inflitto per aver incassato tangenti in grande stile favorendo pubblicità occulta. Non è solo la vicenda di questo giornalista a interessare i media: il Bundesgerichtshof (paragonabile alla nostra Corte di Cassazione) ha infatti confermato le precedenti sentenze sfavorevoli a Emig affermando che i giornalisti delle televisioni e delle radio pubbliche hanno una particolare responsabilità informativa e se commettono reati quali la concussione e la corruzione devono essere puniti con le pene più severe previste per i funzionari statali e non con quelle, meno gravi, previste per i dipendenti privati.

Sono notizie contrastanti, che tuttavia fanno ben capire quanto sia alta la posta in gioco. La libertà di stampa non è un bene acquisito per l’eternita, ma va tutelata ed esercitata ogni giorno.


nov 28 2009

Ritorno in Afghanistan?

Antonio U. Riccò

Vi segnalo oggi una nuova puntata della trasmissione Passpartù, curata per AMISnet da Marzia Coronati. Nella puntata di questa settimana potete sentire informazioni, interviste e commenti sulla situazione dei profughi in Francia e in particolare a Calais. Di questa difficile condizione – i profughi cercano di raggiungere la Gran Bretagna – ne ha parlato anche questo blog alcuni mesi fa nel post Giungla, selvaggi e cosmesi. Scrive Marzia Coronati:

Sono curdi, somali, eritrei, afgani che vivono lungo le coste francesi, in attesa di aggrapparsi sotto il tir giusto. Dormono in baraccopoli spontanee, costruite con mezzi di fortuna. Il 22 settembre a Calais, una delle regioni dove c’è il più alto numero di migranti, c’è stato un violento sgombero che ha portato all’arresto di 140 persone di origine afgana. L’ultimo di una lunga serie. In chiusura, Ritmi, la nostra rubrica musicale, ci porterà in Grecia.

Calais è a soltanto 35 kilometri dall’Inghilterra, paese che tanti migranti cercano di raggiungere. Senza documenti, hanno un’unica possibilità: salire su un tir e sperare di arrivare in un porto inglese. Mentre aspettano il passaggio, si arrangiano in campi spontanei, le cosddette “jungle”. Il 22 settembre, l’attuale Ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale Besson ha ordinato lo sgombero della più famosa e grande jungle della regione, quella di Calais.Un’enorme operazione che secondo l’associazione Cimade, l’unica ad essere presente all’interno dei centri di detenzione per migranti francesi, si è conclusa con l’arresto di 140 persone, fortunatamente subito dopo liberati. Ma gli sgomberi avvengono periodicamente, eppure non sempre se ne parla nella stampa francese. Per quello sgombero invece, tutte le testate erano presenti. Per Aissa Zaibet, volontario dell’associazione MRAP di Dunkerque, altra cittadina del litorale nord, lo sgombero di Calais è stato un’operazione meramente mediatica. “Avvengono spessissimo sgomberi su tutto il territorio francese. E’sempre lo stesso scenario che ritorna: arresto, sgombero, liberazione e ricostruzione” ha detto Zaibet.

Lo sgombero del 22 settembre scorso però rappresenta una novità per la Francia: si tratta della prima operazione di arresto collettivo di persone di orgine afgana. Le cose per questa comunità sembrano cambiate molto. Mentre prima gli afgani che si trovavano sul territorio francese senza documenti correvano solo il rischio di essere rinviati in un altro paese europeo (la Grecia o l’Italia), oggi rischiano anche di essere rimpatriati. Pochi giorni dopo lo smantellamento di Calais infatti, il 6 ottobre, un charter carico di afgani partito da Londra si è fermato a Calais, dove tre altri afgani sono stati costretti a salire a bordo. Destinazione: Kabul. E’ la prima volta che degli afgani sono rimpatriati dalla Francia.

Molto probabilmente queste persone tenteranno di nuovo di raggiungere l’Europa, passando ancora per carovane, tir, barche, jungles, centri di detenzione, caserme di polizia. Un viaggio senza fine.

La bella trasmissione di Marzia si può ascoltare in rete a questo indirizzo.


nov 27 2009

Favole e razzisti

Antonio U. Riccò

Ci sono storie vere che sembrano favole e quella di oggi, almeno all’inizio, lo è.

Una famiglia di profughi africani arriva in Italia in cerca di una fortuna che tarda ad arrivare. A Palermo nasce un bimbo che viene però abbandonato in un ospedale del Bresciano, quando i genitori si trasferiscono da quelle parti. Il piccolo trova prima le cure del personale medico e paramedico, che di fatto lo seguono per un lungo periodo. A due anni viene affidato dal Tribunale dei Minori a una coppia italiana, che lo fa crescere con lo stesso amore che dedica agli altri figli. Quel bambino ha un talento: sa giocare molto bene a pallone, tanto da fare carriera nelle squadrette del paese e poi da essere scoperto da manager sportivi. Viene chiamato in squadre importanti, osannato dai tifosi per le sue doti eccezionali e passa, dopo essere diventato maggiorenne e aver ottenuto la cittadinanza italiana, in una grande squadra della serie A.

Quel ragazzo si chiama Mario Balotelli (il nome dei genitori naurali era Barwuah), è nato il 12 agosto 1990 ed è un attaccante dell’Inter e della Nazionale italiana Under-21. Una promessa del calcio e un caso d’integrazione riuscita. Ma la bella storia ha un seguito amaro, anzi – diciamolo pure – disgustoso.

Mario Balotelli

Mario Balotelli

Ci sono (tanti, troppi) i razzisti che dagli spalti degli stadi gridano contro Mario e contro altri come lui slogan irripetibili. Giustamente Gianni Mura su La Repubblica ha scritto che si tratta di razzisti, non di cretini.

Perché nell’Italia di Berlusconi e di Maroni, degli slogan di polistirolo e delle frasi fritte nel nulla, anche le parole stanno ormai perdendo significato ed è giusto che qualcuno ricordi il loro vero senso. Vi è una tendenza in Italia, a guardar bene, a lavare le parole, a stingerne i colori, a far perdere di vista la loro ragione, come fossero vecchi vestiti. Invece la parola razzista deve restare quella che è: tagliente, affilata, dolorosa. Certo anche la stupidità umana è chiamata in gioco, ma il razzista non è uno stupido né uno sprovveduto. È semplicemente un razzista, da condannare e da isolare. Solo così le belle favole possono restare tali.


nov 26 2009

Red Christmas

Antonio U. Riccò

(Questo testo è di Stefania Salomone, Roma. Lo pubblico perché offre lo spunto per una riflessione sull’altra Italia, quella che non ha nulla da spartire con la cinica e brutale politica dell’intolleranza verso i profughi e le minoranze in generale.)

Partiamo dall’inizio. Il 20 ottobre è stata firmata in Campidoglio l’ordinanza contro i lavavetri. Per loro, ma anche per i giocolieri ai semafori, prevista una multa di 100 euro. Sempre secondo il sindaco “chi è in evidente stato di bisogno non pagherà la multa, ma sarà avviato ai servizi di assistenza e di sostegno del Comune”.

Bene!… Si fa per dire.

Due domande:

- Quali sono questi servizi di assistenza e di sostegno del Comune?
- E’ logico pensare che uno che lava i vetri, nonostante magari sia diplomato o laureato, NON sia in evidente stato di bisogno? O forse ha lasciato il posto fisso perché si annoiava o perché il capo era antipatico?

Smettiamola di far finta di credere a queste cose per vivere in pace!

Proprio in questi giorni sono stati sfrattati più di 100 immigrati afgani che avevano trovato “rifugio” in una fossa alla stazione Ostiense, ragazzi tra i 12 e i 14 anni! Hanno però montato un tendone poco distante da lì dove gli sventurati possono sostare di notte, per il cosiddetto piano “Emergenza freddo”, che, se avessimo imparato qualcosa dall’esperienza degli anni precedenti, forse non si sarebbe chiamato così …

Qualche giorno fa, invece, in un comune del Nord, che neanche voglio nominare, è stata ideata una santa iniziativa che porta il nome di uno dei tormentoni del periodo natalizio, quello che si canta intorno al tavolo, dopo il decimo pezzo di torrone e il quinto bicchiere di brachetto … intitolata “White Christmas”.

Si tratta di uniformare il colore della pelle della gente del paese entro Natale. No, non sbiancando la pigmentazione! Cacciando tutti quelli che ne hanno in eccesso.
A fronte di tutto questo, però, è necessario e onesto diffondere le notizie di episodi in netta controtendenza.

  1. In un quartiere periferico della nostra città, dopo l’ordinanza anti-lavavetri, alcuni automobilisti sono scesi dalle auto in difesa dell’immigrato che aveva ignorato il divieto, al quale la polizia stava facendo verbale. Niente multa, solo un consiglio al trasgressore: scappa quando vedi le forze dell’ordine nei paraggi.
  2. In un altro quartiere periferico, sempre dopo la famosa ordinanza, un immigrato del Bangladesh, musulmano, diplomato, con moglie e due figli rimasti laggiù, si è trovato in gravi difficoltà, non sapendo come racimolare i soldi necessari per sopravvivere e per pagare la scuola dei bambini. Una persona, che aveva fraternizzato con lui quando ancora poteva “esercitare”, ha affisso dei cartelli nella zona, chiedendo ai residenti di offrirgli piccoli lavori. Diverse sono state le chiamate; alcune con offerte di lavoro, altre semplicemente per esprimere apprezzamento e simpatia al fautore dell’iniziativa.

E’ vero, sentiamo sono cose orribili, ma ce ne sono anche di positive, ed è un peccato che non si vengano a sapere.

Chissà che, con queste premesse, il natale a Roma non possa essere un Red Christmas, rosso come quel filo che ha unito i bisogni di tutte queste persone, intessendo la tela purpurea della fiducia e della solidarietà tra popoli e tra individui. Che questo drappo rosso possa essere adagiato nella culla a Betlemme o sulle spalle di un malcapitato, vermiglio mantello che restituisce dignità.


nov 24 2009

Integrazione per contratto

Antonio U. Riccò

L’Incaricata del governo tedesco per i migranti, i profughi e per l’integrazione, la democristiana Maria Böhmer, ha avanzato in questi giorni un’interessante proposta che sta facendo discutere gli esperti e i media. Basandosi sugli accordi cui sono giunti recentemente i partner della coalizione CDU-FDP che ha vinto le elezioni politiche in settembre, il Ministro Böhmer ha suggerito di introdurre nella legislazione dei “contratti d’integrazione” che dovrebbero essere sottoscritti dai nuovi migranti.

Siamo lontani anni luce (ma sono solo un paio di decenni!) dal tempo in cui i partiti del centrodestra tedesco affermavano, negando la realtà dei fatti, che “la Germania non è un paese d’immigrazione“. Oggi per fortuna nessuno chiude gli occhi – a parte ovviamente le formazioni della destra estrema e neo-nazista – di fronte alla presenza di oltre 15 milioni di stranieri (quasi il 20% della popolazione) e tutti si chiedono come migliorare la convivenza e l’integrazione, ora e in futuro. La proposta della signora Böhmer va in questa direzione. L’idea di fondo è che l’integrazione debba essere un processo condiviso dai migranti stessi e sostenuto dallo Stato con iniziative in grado di favorire l’accoglienza e la socializzazione dei nuovi venuti. Ovviamente, come in tutti i contratti, le parti del contratto d’integrazione hanno diritti e doveri. È invece ancora dubbio se i contratti prevvederanno o meno sanzioni in caso d’inadempienza.

L’idea del contratto d’integrazione non è nuova, peraltro: è stata sperimentata con positivi risultati in Francia e in Olanda. È utile se non resta un fatto burocratico e se il contratto viene effettivamente riempito di contenuti e opportunità.

In Italia, ovviamente, nessuno ne parla.


nov 23 2009

Condanna ad Agrigento

Antonio U. Riccò

Un mese fa gli uomini della “Cap Anamur” – la nave dell’omonima associazione umanitaria erano stato assolti dal Tribunale di Agrigento dalla stessa accusa che ha visto sul banco degli imputati un gruppo di pescatori tunisini: aver dato soccorso a profughi in balia del mare ed averli portati in salvo sulle coste più vicine. In verità l’accusa verso i pescatori era cambiata man mano che si avvicinava il processo. Inizialmente erano stati arrestati – era l’8 agosto 2007 – a Lampedusa “per avere in concorso tra di loro ed al fine di trarne profitto, compiuto atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato, in violazioni delle disposizioni del T.U. sull’immigrazione, di 44 cittadini extracomunitari, trasportati a bordo dei motopesca “Mohamed El hedi” e “Morthada” dalla Tunisia alle coste italiane”.

Tuttavia, successivamente il capo di imputazione loro contestato era diventato quello di aver agevolato l’ingresso di clandestini. Infine, abbandonata la tesi dell’agevolazione dell’ingresso di immigrati privi di documenti validi, la Procura aveva contestato solo la resistenza a pubblico ufficiale e la e “violenza a nave da guerra” per avere proseguito la rotta verso Lampedusa malgrado i tentativi di blocco navale messi in atto dalle unità militari italiane. Per questi reati i due comandanti delle imbarcazioni – sequestrate da anni – sono stati ora condannati in primo grado a due anni e sei mesi, mentre sono stati assolti tutti gli imputati dall’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Una sentenza difficile da comprendere, dicono gli avvocati e gli osservatori del processo.


nov 21 2009

Carlo e Saverio

Antonio U. Riccò

Ho rivisto Carlo, la scorsa settimana. Carlo è un amico che conosco da alcuni decenni. Ed è un intellettuale di sinistra, una di quelle persone invidiabili – lo scrivo senza alcuna ironia e con un pizzico d’invidia – che sanno spesso quale deve essere l’esatta direzione che il timone deve seguire per essere veramente persone “di sinistra”. Carlo è anche una persona curiosa, oltre che intelligente, e mi ha chiesto che cosa pensa Saverio – uno dei protagonisti di Biscotti al cardamomo – della diatriba sui crocifissi appesi nelle scuole, la cui presenza viene giudicata negativamente dalla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

La domanda di Carlo mi ha un po’ meravigliato, non per la richiesta in sè, ma per il fatto che Carlo non ha chiesto la mia opinione, ma quella di un personaggio nato nella mia mente. Forse pensa che Saverio e Antonio siano la stessa persona, ma entrambi vi possiamo assicurare (e ci teniamo a farlo) che abbiamo vita e pensieri del tutto indipendenti. Ad ogni modo la curiosità di Carlo è diventata anche mia e ho girato la sua domanda a Saverio. Eccovi la sua risposta.

“Caro Autore,

lei dovrebbe sapere con quanta discrezione e rispetto io guardi alle questioni religiose: ho una mia opinione, confusa e comunque distante da certi canoni imposti dalle gerarchie, ma è appunto mia e non mi va di sbandierarla in piazza. Non ho nulla da spiegare o insegnare ad altri in questo campo. Il mio rispetto però è – come dire…? – “bidirezionale”, nel senso che guardo alle convinzioni altrui nello stesso modo in cui spero gli altri guardino alle mie: appunto con rispetto.

“Sì, ma che c’azzecca?”, dirà forse il suo amico Carlo (me lo faccia conoscere prima o poi). C’azzecca, rispondo io con pazienza. Perché le convinzioni e i simboli religiosi, quali essi siano, vanno trattati con rispetto. L’ideale – a mio parere – sarebbe che restassero nell’intimo di ciascun fedele e nei luoghi deputati alla preghiera, le chiese, le moschee, le sinagoghe e così via. Ma sappiamo che non è così. Spesso vengono usati (e abusati) in contesti diversi, dalle scuole ai capitelli agli angoli delle strade, dai vessilli dei crociati ai videomessaggi degli jihaddisti.

Non so se il suo amico ci ha fatto caso, ma ogni volta che qualcuno li tocca, li agita, li sposta, questi simboli – che magari sono stati pensati come segni di pace, fratellanza, amore – diventano strumenti di divisione e sopraffazione dell’altro. Succede quando la Corte europea prende i crocifissi per metterli in uno sgabuzzino, ma anche quando qualcuno li riappende con rabbia.

Erano sempre appesi nelle aule scolastiche in cui ho lavorato per 35 anni a Novara e, sinceramente, non mi hanno mai infastidito. Per me potevano restarci, visto che per molti altri hanno un grande significato. Non mi darebbe alcun fastidio nemmeno veder spuntare un minareto tra i tetti delle nostre città. Insomma, la loro presenza fisica non mi disturba, mi disturbano molto più le pretestuose discussioni di queste settimane, il tiraemolla di tutti questi cristiani DOC e superlaici al 100% che fanno a gara – a volte non solo idealmente – a mettere e a togliere i crocifissi dalle pareti.

Mi chiedo se davvero siano interessati all’essenziale, alle idee (religiose o laiche), o se piuttosto non sia una diversa partita quella che giocano. Il dubbio mi viene quando noto le loro contraddizioni, quando sento gente intollerante e barbara con altri esseri umani (potrei farle nomi e cognomi, ma il suo amico li conosce perfettamente), per esempio con gli stranieri che vivono in Italia, che parla di valori cristiani e simboli da difendere a spada tratta. O quando leggo che si usa il Natale per far propaganda a una squallida operazione di caccia al clandestino. O, ancora, quando qualcuno nel campo opposto scopre d’essere minacciato da oggetti simbolici… a cui lui peraltro non crede!

Ecco quello che mi fa veramente paura è l’intolleranza. Per questo vorrei che si smettesse di duellare con i crocefissi e ci si dedicasse a problemi più seri. Non credo di aver convinto il suo amico, lo so bene. Ma d’altra parte non le ho riposto per convincere qualcuno, solo per far conoscere la mia opinione.

Alla prossima!

Saverio”