Tra un romanzo e l'altro

guardando il mondo

mar

26

Alidad su La 7

Inserito da Antonio U. Riccò il 26 marzo 2010

Il link al video si trova a questo indirizzo: http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=prossimafermata&video=37573

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25

A scuola (2)

Inserito da Antonio U. Riccò il 25 gennaio 2010

Luca da Vicenza, un ragazzo di terza media, dopo aver ascoltato la lettura del racconto La Missione di Tariq, mi ha scritto:

“Mi ha colpito il fatto che delle persone normali debbano pagare un prezzo molto alto per ricominciare ad avere una vita… Sinceramente è davvero ingiusto perché questi ragazzi possono addirittura morire durante il viaggio verso la libertà. Sentire le sue parole mi ha fatto capire quanto è difficile per alcune persone avere una vita normale e mi ha provocato dentro tristezza e incredulità. Spero tanto che ogni giorno che passa questi ragazzi possano avere una vita come la mia…”

Chiara, invece, scrive:

“Ho imparato che al mondo esistono altri problemi oltre a quelli economici. Mi ha fatto molto riflettere su quei ragazzi che stanno lontani dalle loro famiglie, dalle loro case, dalla loro terra e tutto, magari, solo per riuscire a tornare a casa con solo cinque euro, cha da noi equivalgono a una miseria mentre da loro equivalgono a un pasto sicuro. Ma esistono anche ragazzi che partono e hanno già in mente che non torneranno più. E magari non riescono neanche ad arrivare alla loro meta sani e salvi, o muoiono durante il tragitto o vengono scoperti e rimandati indietro o addirittura quando vengono scoperti vengono picchiati e uccisi.”

Marco, di seconda media, si ritiene fortunato:

“…mi sono reso conto che sono un ragazzo fortunato perché ho la possibilità di andare a scuola e divertirmi, invece ci sono ragazzi che sono costretti ad andare a lavorare tutto il giorno dalla mattina sino a sera tardi. Inoltre ho imparato che non devo mai sprecare un’occasione anche se non è importante…”

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23

A scuola (1)

Inserito da Antonio U. Riccò il 23 gennaio 2010

Possono, dei ragazzi di 13-15 anni, capire cose che gli adulti stentano a comprendere? Sì, possono, è la risposta che mi do dopo aver letto le lettere che una classe di alunni vicentini mi ha spedito nei giorni scorsi.

Erano attenti, attentissimi nell’aula magna della loro scuola il giorno in cui ho presentato loro La Missione di Tariq in una versione leggermente adattata, accompagnata dalla proiezione di fotografie e con l’aiuto di alcuni loro coetanei, che si sono prestati a fare da lettori. La loro commozione e partecipazione era percepibile in quel momento. Ora, a distanza di un paio di mesi, ho letto i loro pensieri e vorrei offrirveli, almeno in parte, iniziando da oggi.

Filippo mi scrive:

“…Per alcuni aspetti il viaggio del protagonista è così avventuroso che sembra un racconto inventato e non una storia vera. Sembra quasi impossibile che un uomo possa sopportare tante difficoltà per scappare dal suo paese in guerra e poi morire in maniera così tragica e triste quando ormai era così vicino alla sua libertà….”

Ambra, che sembra essere stata molto impressionata dal racconto, mi invita ad andare avanti:

“…lei ha fatto bene a scrivere un libro su questo argomento, così molta gente si accorgerà della realtà e smetterà di pensare che queste persone sono una zavorra per il nostro paese e si renderanno conto che la vita è una sola ed è meglio viverla bene. Forse riusciranno a pensare che magari il prossimo ragazzo che arriverà in Italia potrà essere il miglior amico di suo figlio o suo genero.”

Anche Stefano sembra colpito:

“…il suo libro mi ha fatto riflettere molto, infatti non pensavo che gli extracomunitari avessero una vita così difficile, pensavo che risparmiando un po’ quasi tutti potessero entrare in Italia legalmente. Il suo libro fa risaltare il contrario e la realtà … anche se serio e drammatico mi è piaciuto, sia perché mi ha formato sia perché mi ha fatto riflettere e perché per una volta mi sono fermato a pensare come vive un extracomunitario…”

Infine, per oggi, i pensieri profondi di Anna:

“Dopo la visita nella nostra scuola mi sono ritrovata spesso a riflettere sulla fortuna che abbiamo ad essere nati qui in Italia dove la qualità della vita è sicuramente migliore di quella che attualmente si ha in altri posti del mondo dove i ragazzi come noi, della nostra stessa età, per raggiungere obiettivi che noi diamo per scontati, sacrificano le poche cose che hanno dando, a volte, anche la vita.
Il lungo viaggio di Tariq è stato sicuramente difficile e faticoso, tanto che noi non riusciamo nemmeno a immaginare, ed era qualcosa in cui lui credeva e per cui si è impegnato con tutte le sue forze. Anche se proviamo a identificarci, non ci riusciamo perché la maggior parte di noi ha ottenuto tutto fin dall’inizio, senza dover lottare per poi riuscire a vincere… Qualche volta anche se ci s’impegna al massimo non si riesce a raggiungere lo scopo, ma questo è il rischio che si corre quando ci si impegna oppure non si perde niente però non si ottiene niente senza provarci.
Il viaggio di Tariq racconta ciò che noi spesso cerchiamo di dimenticare ed è ciò che inevitabilmente succede ogni giorno più e più volte. Se solo potessimo trovarci nella sua situazione, anche per un giorno, potremmo apprezzare molto di più quello chge abbiamo sempre avuto senza nessuno sforzo…”

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22

Oggi, due anni fa, moriva Kahled

Inserito da Antonio U. Riccò il 22 gennaio 2010

Più o meno all’ora in cui sto scrivendo, esattamente due anni fa, moriva Kahled.

Non al termine di una lunga vita e nel suo letto, ma sotto un tir spagnolo nel tragitto fra il porto d’Ancona e la zona industriale di Panighina di Bertinoro (FO) e a soli 15 anni. Ricordarlo oggi mi sembra il minimo che si possa fare per lui e per gli altri come lui: per Zaher, il 13enne poeta, schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre (VE) meno di un anno dopo, e per Amir, morto in circostanze simili ad Ancona il 23 giugno 2009.

Negli ultimi due anni ho cercato di raccontare la loro storia in vari modi: scrivendo un romanzo (Biscotti al cardamomo) e un racconto (La Missione di Tariq) che parlano di loro, dei giovani afgani in viaggio per mesi, spesso per anni, in cerca di una fortuna che si fa trovare raramente. L’ho fatto leggendo in pubblico i miei testi, cercando di dare voce alla loro disperazione. Da ultimo ho proposto il testo agli alunni di alcune scuole. Le loro reazioni sono state per me molto importanti, perché mi hanno segnalato che anche la morte assurda di Kahled, di Zaher e di Amir può avere un senso, se dalle loro storie nasce una riflessione per le nuove generazioni.

Da domani vi proporrò alcune lettere che mi sono pervenute da ragazze e ragazzi di una scuola di Vicenza a cui, un paio di mesi fa, avevo proposto “La Missione di Tariq“. Sono certo che anche voi avvertirete la grande commozione che emerge dalle parole dei ragazzi. La storia sembra averli toccati profondamente e esattamente questo era il mio obiettivo.

Quella storia sembra ora possa trasformarsi in una rappresentazione teatrale, da proporre, oltre che in teatro, in varie scuole del Land in cui vivo, la Bassa Sassonia. Due esperte registe tatrali – Nina de la Chevallerie e Luise Rist di Göttingen (v. boatpeopleprojekt.de) hanno iniziato a lavorare, insieme a me, per mandare in scena Tariqs Auftrag, questo sarà il probabile titolo del pezzo, verso fine anno. Gli incontri che abbiamo avuto sino ad ora con i rappresentanti di varie istituzioni culturali e sociali ci hanno rafforzato nell’impegnarci a fondo per la riuscita del progetto, cui collaborerà anche la casa editrice alpha beta di Merano, che ha pubblicato il testo da cui è tratta la rappresentazione.

Lo facciamo con lo scopo di aiutare i giovani a riflettere sulla situazione dei profughi e a prendere posizione, nella loro vita futura, contro ogni discriminazione e manifestazione xenofoba nei loro confronti. Ma lo facciamo anche perché Kahled, Zaher, Amir e gli altri non vengano dimenticati, dopo le poche righe di cronaca che sono state dedicate sui giornali alla loro terribile morte.

nov

02

Da leggere!

Inserito da Antonio U. Riccò il 02 novembre 2009

Un libro assolutamente da leggere è quello pubblicato da un giovane Hazarà, Hussain Nazari, ed edito da una piccola casa editrice torinese: s’intitola “Mi brucia il cuore!”. La sua storia è simile a quella di Alidad Shiri e di tanti altri ragazzi afgani.

Dall’ultima di copertina:

«Dell’Afganistan mi mancano gli anni Settanta. Ho nostalgia di una cosa che non ho vissuto…», e poi Hussain racconta invece quello che ha davvero vissuto; non tanto il viaggio per raggiungere l’Occidente, ma quello intrapreso nell’Afganistan del 2008, tra paura, sudore e polvere, per ritrovare dopo sette anni la madre e condurla al sicuro. mi_brucia_il_cuoreRacconta, e noi registriamo, come faceva Nuto Revelli rievocato da Luisa Passerini, chiamata a valutare il metodo e la lingua dell’oralità… Racconta a noi, come a lui gli anziani afgani narravano di un paese diverso in cui si poteva vivere. Bruciava il cuore a Hussain per quel paese che gli scorreva sotto gli occhi senza coincidere con la memoria e con quei racconti. Lo abbiamo conosciuto tramite i ragazzi afgani catapultati per la prima volta in una scuola pubblica italiana, il Ctp Saba di Torino, dove capitarono per acquisire i rudimenti della lingua italiana. Hanno affrontato guerra, viaggi sotto i camion o nelle stive; lavoro e carcere in Iran, Turchia, Grecia: lingue e razzismi diversi. Questo non affiora al primo incontro scolastico, è il retro del racconto di Hussain: essere insegnanti in un Ctp significa predisporsi umilmente all’ascolto di questi giovani senza cancellare i loro riferimenti: musica iraniana, calcio europeo, religione araba, cinema indiano… rimanendo Afgani, perché, anche senza notizie dal paese, sono vincolati ai racconti degli anziani o legati a fidanzate, promesse da bambini e raggiunte in videochat una volta alla settimana.

set

24

Gli arrivi continuano

Inserito da Antonio U. Riccò il 24 settembre 2009

Due notizie degli ultimi giorni ci aiutano a capire quanto la politica del governo attuale in materia di contenimento dell’immigrazione clandestina non riesca ad incidere sulle cause del problema. Potrà essere utile per fomentare atteggiamenti negativi e indiscriminati verso gli stranieri, proponendo l’equivalenza clandestino = delinquente = straniero, ma certo non a impedire che masse di disperati cerchino con ogni mezzo di arrivare in Europa nella speranza di trovarvi quel rispetto dell’Umanità che i Paesi dell’Occidente spesso agitano come una loro bandiera.

La prima notizia giunge dal porto di Ancona – lo stesso da cui è partito per il suo ultimo viaggio Kahled, lo stesso in cui ho fatto approdare il traghetto su cui viaggia il protagonista del racconto La Missione di Tariq. Il sito di Rai News 24 ha scritto:

Hanno tentato lo sbarco nascosti in un doppio fondo di un tir che trasportava cetrioli, ma per 44 clandestini l’avventura è finita nel porto di Ancona. Sono stati scoperti dalla Guardia di finanza in un controllo a caso su un tir proveniente dalla Grecia imbarcato sul traghetto Superfast.

Erano ammassati in un vano alto un metro e mezzo e lungo 15 metri, ricavato con delle assi di legno nel rimorchio di un tir carico di cetrioli. Gli immigrati erano stanchi, affamati, assetati, e non sono morti asfissiati solo perché l’organizzazione criminale, che gestisce questo tipo di traffici, aveva installato nel rimorchio ventilatori alimentati da batterie per auto. L’identificazione dei migranti, tutti maschi, fra i quali due minori afghani affidati ai Servizi sociali del Comune, si e’ conclusa nella notte. Tredici sono risultati di etnia irachena, undici pachistani, dieci afghani e nove bengalesi, più un palestinese.

L’autista del tir è finito in carcere, mentre l’automezzo e il carico di copertura sono stati posti sotto sequestro. Il magistrato ha autorizzato la donazione dei cetrioli a enti di assistenza. Tentativi di sbarco in massa, a bordo di autotreni, sono ormai sempre più frequenti nello scalo di Ancona.

Anche in Alto Adige è stato trovato, in modo più casuale, un giovane profugo. La sua storia ricorda molto quella del ritrovamento di Alidad. Il quotidiano Alto Adige ha riferito le circostanze del suo ritrovamento in questi termini:

Fermo sui binari, a sbracciarsi, mentre all’orizzonte la motrice del regionale R2258 Verona-Brennero si faceva sempre più grande, sempre più vicina. Il macchinista, forse più spaventato del ragazzo che si agitava di fronte a lui, ha tirato la rapida, fermando il convoglio pochi attimi prima che la tragedia si compisse. Un miracolo. Poi quella figura minuta si è allontanata veloce dai binari ed è scomparsa tra i vigneti che costeggiano la massicciata.

Il ragazzo è stato trovato pochi minuti più tardi dagli agenti della polizia ferroviaria di Bolzano (coordinati dal comandante Vincenzo Tommaseo) nelle campagne tra Egna ed Ora, non lontano dalla linea ferroviaria del Brennero: con ogni probabilità aspettava un altro treno. «Volevo fermarlo, devo andare a Roma», ha mormorato in un inglese stentato ai poliziotti, che si sono trovati di fronte ad una creatura dai tratti mediorientali, terrorizzata e del tutto spaesata: quel treno che voleva bloccare andava in direzione nord, dalla parte opposta rispetto alla sua meta.

E’ successo due giorni fa, nel tratto ferroviario tra Egna ed Ora, pochi minuti dopo le 14. Il giovane – così almeno ha raccontato alle forze dell’ordine – viene dall’Afghanistan ed ha solo 16 anni. Questo è tutto quello che, per ora, si sa di lui. Com’è arrivato in Italia e perchè, resta ancora un mistero.

L’adolescente indossava un paio di pantaloni consunti, una t-shirt e scarpe da ginnastica. Con sè nessun bagaglio, documento o denaro. Il volto terrorizzato, ha seguito gli agenti come un agnellino che finalmente ha trovato il pastore cui affidarsi. I poliziotti, toccati dalla situazione, lo hanno accompagnato negli uffici della stazione, dove gli hanno dato da bere e da mangiare, lo hanno tranquillizzato. Inevitabile, però, la denuncia a piede libero alla procura dei minori per interruzione di pubblico servizio: il treno che ha rischiato di investirlo è rimasto fermo alcuni minuti prima di ripartire per Bolzano.

set

19

Bambini sull’oceano

Inserito da Antonio U. Riccò il 19 settembre 2009

Non so se abbiate letto la notizia d’agenzia, riportata da vari quotidiani nei giorni scorsi, che parlava dell’ennesimo arrivo di disperati. Se vi è sfuggita, ve la ripropongo oggi perché credo sia una pietra miliare nella storia – tutt’altro che finita – dei profughi che dall’Africa cercano d’arrivare in Europa.

Dal Marocco alla Spagna

Dal Marocco alla Spagna

L’obiettivo questa volta non era l’Italia, ma la Spagna. Tra l’isolotto spagnolo de las Palomas, posto di fronte alla cittadina di Tarifa, e il Marocco ci sono poco più di otto miglia nautiche (meno di 16 km). Poche miglia di viaggio ma ad alto rischio se effettuate su un gommone – poco più d’un giocattolo scrive la stampa spagnola – e da parte di un gruppo di bambini: cinque di loro hanno tra i 10 e gli 11 anni, il maggiore non più di 16.

Scrivono sempre i giornali spagnoli che si tratterebbe del primo arrivo in Spagna di profughi solo minorenni, che ora si trovano nel centro di accoglienza Nuestra Señora de El Cobre de Algeciras e sono in buono stato di salute. Non sembra si sia trattato d’un gioco, ma di un deliberato tentativo d’immigrazione clandestina. Non si sa, invece, se i ragazzi abbiano deciso di tentare la fortuna autonomamente o con il consenso delle loro famiglie.

Quello che si sa è che la disperazione dei profughi ha già motivato molti ad affidarsi al mare aperto con natanti improvvisati: in passato la Guardia Civil ha tratto in saldo profughi africani su zattere costruite con pneumatici di camion, piccoli gommoni, moto d’acqua, pedalò e persino tavole da surf.

set

19

Come un ragno

Inserito da Antonio U. Riccò il 19 settembre 2009

Da La Missione di Tariq, pag. 221

Sospeso come un ragno al telaio della cisterna, Tariq aveva atteso l’avvio del motore. Per uno o due minuti, non più, sarebbe riuscito a evitare di cadere sull’asfalto. Il tempo di percorrere i venti metri necessari per raggiungere il pontile d’imbarco e salire a bordo. Sentiva lo strisciare della gomma sull’asfalto, i colpi delle ruote contro le lamiere che segnavano la fine del piazzale e l’inizio della nave.

Scorgeva la luce biancastra dei faretti e udiva, incomprensibili, le voci dei sorveglianti. Tu-tum, tu-tum, tu-tum… Sapeva d’essere arrivato, ma era consapevole che la fase più difficile sarebbe iniziata tra poco, non appena gli autisti fossero scesi dalle loro cabine, sbattendo le portiere per salire le scalette di metallo verso il ponte. Solo allora sarebbe iniziata la partita con i marinai, tigri alla ricerca d’una facile preda, la cui unica speranza era nascondersi nel buio.

Tariq aveva sentito dire che nessuno poteva sentirsi mai sicuro, restando fermo e zitto nello stesso punto. Due o tre volte, prima di salpare, i controllori attraversavano il ponte da prua a poppa. Dirigevano i fasci di luce cruda delle loro lampade, mentre percorrevano piegati gli stretti sentieri tra gli automezzi, a destra e a sinistra, sotto le ruote. Scrutavano le ombre, ascoltavano i rumori, si muovevano imprevedibili e silenziosi. Non ci fossero stati i fari nelle loro mani, avresti potuto scambiarli per le prede, che osservavano le ombre in movimento, orecchiavano i rumori, si muovevano scattanti senza respirare.

Se superavi quella prova le tue speranze aumentavano a dismisura. Almeno fino all’arrivo nel porto, dall’altra parte del mare. Controlli ce n’erano ancora, certo, ma nella traversata le ronde erano compito solo d’un paio di filippini. Girava voce non fossero alieni dal chiudere un occhio in cambio di qualche banconota. Purtroppo nessuno, degli otto profughi che quella notte giocavano a guardie e ladri sulla nave, avrebbe potuto giurare che quell’aiuto era stato davvero fornito e, soprattutto, che il patto sarebbe stato rispettato. Perciò, quando più tardi il portellone fosse stato sollevato, le voci si fossero diradate e le luci abbassate, nessuno di loro avrebbe rischiato, offrendo denaro ai due.

set

04

Monologo sul traghetto

Inserito da Antonio U. Riccò il 04 settembre 2009

Un ragazzo afgano, un clandestino, è riuscito a nascondersi sul traghetto che da Patrasso raggiunge il porto di Ancona. Ecco il suo monologo interiore così come l’ho immaginato e descritto nel racconto La Missione di Tariq:

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… senza rumore, senza farmi scoprire, devo aprirmi la strada in te, ben diverso dai traballanti veicoli che scendevano alzando nuvole di polvere dalla collina, attraversavano il villaggio e portavano le merci a Kandahar, le ruote piegate sotto il peso e io incantato a guardarli passare, tenendo mio fratello per mano, stringendogliela forte per la paura che potesse correr via da me… Farid, cosa farai Farid, senza di me?… nei lunghi pomeriggi caldi dell’estate, lanciando sassi in aria sperando non ricadessero sulle nostre teste, come salve sparate dai fucili degli uomini dai turbanti scuri, che passavano da noi, di tanto in tanto, rudi e silenziosi, chiusi nelle loro preghiere, le mani sporche, le scarpe consunte ma il cellulare sempre pronto a dare e ricevere comandi… come li ho odiati e amati, insieme, quando scendevano dalle loro jeep togliendosi gli occhiali da sole e mostrando le rughe attorno agli occhi, che la dicevano lunga sulla vita che trascorrevano sulle alture… Mustafà, che mi accarezzava i capelli mentre lo guardavo pulire il mitra, lo Zoppo, che imprecava a ogni passo, e Hassan, il capo, quello che aveva gettato a terra mio padre che difendeva l’ultimo formaggio di capra, sferrandogli un calcio nella schiena ed era un gesto generoso e buono, perché avrebbe potuto imporsi ben diversamente, chiudere la vita del mio povero genitore con uno sfrecciare di pallottole sul terreno… non lo aveva fatto, però, aveva preso ciò che voleva ed era ripartito soddisfatto, sapeva che mio padre la prossima volta, e una prossima volta ci sarebbe stata, lo avrebbe salutato con rispetto, quel rispetto che io piano piano gli toglievo guardandolo servire quella gente così forte, troppo forte per le sue spalle e non capivo che quello era il prezzo che pagava per difendere la nostra vita, perdendo dignità, costretto a svenderla per quello che mi sembrava poco e invece era tantissimo, la vita di mia madre Amina, dei miei fratelli e di mia sorella Jara, e la mia, di vita, che lui mi aveva dato festeggiando con gli uomini del villaggio per sei giorni, ballando e cantando, quando ancora lo si poteva fare senza subire le botte degli studenti venuti dalle madrasse a portarci nuove regole di vita…

ago

24

Speranze schiacciate

Inserito da Antonio U. Riccò il 24 agosto 2009

Sono trascorsi due mesi dal giorno in cui un ragazzo afgano moriva schiacciato sotto le ruote di un tir ad Ancona. Si chiamava Amir ed è morto esattamente come Zaher, che ha finito la sua giovane vita a Mestre nel dicembre 2008 o a Kahled, il cui corpo è stato trovato legato sotto un camion spagnolo a Bertinoro in provincia di Forlì nel gennaio dello stesso anno.

A fine giugno era stato Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano, a dare notizia della morte di Amir sul sito meltingpot.org in un articolo intitolato Un desiderio finito sotto le ruote di un tir. A questa ennesima vittima del grande gioco tra trafficanti di uomini, speculatori di bassa politica e di profughi disperati aveva dedicato parole che vorrei riproporvi oggi, per non dimenticarlo:

“Amir, ragazzino afghano fuggito nel 2007 da una devastante guerra ormai trentennale, aveva tentato come molti altri suoi coetanei, di lottare per la propria sopravvivenza. Dopo sei mesi di viaggio era finalmente riuscito ad arrivare in Grecia. La sua famiglia aveva allora pensato che Amir fosse al sicuro. Anche lui forse era contento e serbava nel cuore la speranza di una nuova vita, una vita migliore, diversa, da ricostruire e poter finalmente “vivere”.

Come Amir, altri ragazzi, molti dei quali minorenni, si sentono al sicuro una volta giunti in Europa, è stato infatti insegnato loro, che qui i diritti umani esistono davvero e vengono rispettati. Nulla di più sbagliato.

Quasi due anni della sua vita, Amir li aveva vissuti sotto la costante violenza della polizia greca, ma la speranza e la forza lui non le aveva perse. Ogni sera si nascondeva sotto un tir, nell’intento di arrivare in Italia, dopo aver capito che in materia di diritti umani, la Grecia non si poteva considerare Europa.”

Vorrei ricordare le speranze di Amir proponendovi anche i pensieri che nel racconto La Missione di Tariq ho attribuito al protagonista, un giovane profugo nascosto sul traghetto che da Patrasso porta ad Ancona:

… chissà… cosa porterà l’approdo, quali genti mi accoglieranno, avranno il volto dei contadini greci o dei Turchi delle montagne, mi offriranno l’ospitalità dei Curdi o mi saranno ostili come certi Iraniani che ho incontrato lungo la mia strada?… come sarà la loro terra, avrà il colore giallo e ocra della mia o quello scuro delle terre grasse?… cosa vi crescerà, Signore, sotto la tua luce?… gioioso mi affido alla sorpresa che mi riserverai, Tu, che hai guidato le mie gambe a trovare la strada giusta tra le montagne della mia terra…

ago

20

Un giorno Cacciari…

Inserito da Antonio U. Riccò il 20 agosto 2009

Il breve testo che desidero proporvi oggi è stato scritto da Hamed Mohamad Karim, regista afghano e rifugiato politico, ed è stato pubblicato sul sito www.meltingpot.org. Vi si parla dell’Afghanistan e anche di Zaher.

Spero vi ricordiate di Zaher, il ragazzo afgano morto schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre nel dicembre 2008. Di lui vi ho parlato in tre articoli di questo blog : Quanto vale una vita umana?, C’è posta per me e Versi di un profugo ragazzino.

Ecco cosa ha scritto Hamed al sindaco di Venezia, Massimo Cacciari:

Signor Sindaco,

un giorno lei mi ha chiesto com’è adesso la situazione in Afghanistan. Lì così su due piedi non ho trovato una risposta adatta.

Non volevo ripetere sempre le stesse cose, perché la situazione oggi in Afghanistan è molto di più che una guerra, un migliaio di ONG e qualche foto di talebani e forze alleate. Ma come si fa a spiegare le mille cose che mi passano per la testa: la mia gente, gli occhi pieni di speranza, le promesse e i continui paradossi a cui non so dare risposta. Mi sono vergognato e ho solo sorriso abbassando gli occhi.

Solo oggi, parlando al telefono col padre di Zaher, ho sentito il dovere di rispondere a quella domanda rimasta in sospeso. Lui affrontando con coraggio la situazione mi diceva: “che Dio perdoni me e gli altri, perché lo abbiamo ucciso con le nostre stesse mani: io e i miei coetanei qui in Afghanistan, che abbiamo creato solo un ambiente di guerra in cui nessuna possibilità è lasciata ai giovani; coloro che lo hanno accolto perché hanno fatto in modo che per cercare salvezza si dovesse infilare sotto un camion”.

Io che ho la “fortuna” di essere in Europa, invidiato da migliaia di giovani illusi, li vedo ogni giorno arrivare chiedendo aiuto. So cosa cercano; so da cosa scappano; so quale prezzo devono pagare e mi chiedo sempre più ossessivamente “perché”.
Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è quella di un Paese in cui la gente non può essere altro che burattino o complice; un Paese da cui i ragazzi più bravi e volenterosi capiscono devono fuggire; ma dove? A che prezzo?

“Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è un ragazzo di 13 anni morto sotto un camion a Venezia per eludere il controllo di chi avrebbe dovuto offrigli asilo”.

Ecco cosa avrei dovuto rispondere

giu

30

Sospeso come un ragno al telaio

Inserito da Antonio U. Riccò il 30 giugno 2009

Sospeso come un ragno al telaio della cisterna, Tariq aveva atteso l’avvio del motore. Per uno o due minuti, non più, sarebbe riuscito a evitare di cadere sull’asfalto. Il tempo di percorrere i venti metri necessari per raggiungere il pontile d’imbarco e salire a bordo. Sentiva lo strisciare della gomma sull’asfalto, i colpi delle ruote contro le lamiere che segnavano la fine del piazzale e l’inizio della nave.

Scorgeva la luce biancastra dei faretti e udiva, incomprensibili, le voci dei sorveglianti. Tu-tum, tu-tum, tu-tum… Sapeva d’essere arrivato, ma era consapevole che la fase più difficile sarebbe iniziata tra poco, non appena gli autisti fossero scesi dalle loro cabine, sbattendo le portiere per salire le scalette di metallo verso il ponte. Solo allora sarebbe iniziata la partita con i marinai, tigri alla ricerca d’una facile preda, la cui unica speranza era nascondersi nel buio.

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Tariq aveva sentito dire che nessuno poteva sentirsi mai sicuro, restando fermo e zitto nello stesso punto. Due o tre volte, prima di salpare, i controllori attraversavano il ponte da prua a poppa. Dirigevano i fasci di luce cruda delle loro lampade, mentre percorrevano piegati gli stretti sentieri tra gli automezzi, a destra e a sinistra, sotto le ruote. Scrutavano le ombre, ascoltavano i rumori, si muovevano imprevedibili e silenziosi. Non ci fossero stati i fari nelle loro mani, avresti potuto scambiarli per le prede, che osservavano le ombre in movimento, orecchiavano i rumori, si muovevano scattanti senza respirare. Se superavi quella prova le tue speranze aumentavano a dismisura.

Almeno fino all’arrivo nel porto, dall’altra parte del mare. Controlli ce n’erano ancora, certo, ma nella traversata le ronde erano compito solo d’un paio di filippini. Girava voce non fossero alieni dal chiudere un occhio in cambio di qualche banconota. Purtroppo nessuno, degli otto profughi che quella notte giocavano a guardie e ladri sulla nave avrebbe potuto giurare che quell’aiuto era stato davvero fornito e, soprattutto, che il patto sarebbe stato rispettato. Perciò, quando più tardi il portellone fosse stato sollevato, le voci si fossero diradate e le luci abbassate, nessuno di loro avrebbe rischiato, offrendo denaro ai due. Le onde sbattevano ancora stanche contro la carena, solo fuori dal porto sarebbero aumentate d’altezza e di velocità, flirtando col rumore dei motori. Ancora gli uomini della nave si muovevano rumorosamente, parlando tra loro ad alta voce, armandosi delle
lampade, potenti come mitra, e di corti randelli metallici. All’improvviso le voci svanirono e l’ispezione cominciò. Tariq non aveva mai sentito parlare dei lager, ignorava l’Olocausto, le finte docce e i forni crematori per migliaia. Figuriamoci se sapeva dei fari che cercavano nella notte i fuggitivi, tra le torrette e i recinti di filo spinato!

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Se però tutto ciò gli fosse stato noto, a questo avrebbe pensato in quel momento, mentre il fascio di luce si avvicinava ai suoi piedi.
Così come era arrivata fin lì, la luce scappò in un’altra direzione, lasciandolo tremante, rannicchiato sotto un asse. Si spostò lungo il tir, nella direzione opposta alle luci giusto in tempo per schivare un secondo controllore. Attese a lungo, senza sentire alcun rumore, se non quelli naturali della nave. Poi sbucò fuori. Tra la cisterna e un
tir tirato a lucido. Come un gatto passò nella fila accanto e tornò ad accucciarsi tra le ruote. Ancora una volta si spostò di lato, proprio mentre un controllore accelerava il passo e la sua pila gettava una luce oscillante sul pavimento, ma non fu veduto. Il controllo finì, con gli occhi di Tariq spalancati, a scrutare nel buio ogni movimento
ostile. Rumorosamente il portellone si chiuse, le voci scemarono, il mare li attendeva.

Il sibilo profondo della nave fu il segnale che Tariq aspettava. Aveva scorto un tir dal telone giallo e rosso, che gli sembrava adatto. Vi si avvicinò, estrasse dal tascapane il suo coltello e iniziò il lavoro. (…)

Da La Missione di Tariq (pagg. 221-222), racconto pubblicato in appendice al romanzo Biscotti al cardamomo

mag

01

Versi di un profugo ragazzino

Inserito da Antonio U. Riccò il 01 maggio 2009

Zaher Rezai, figlio di Mahamud, afgano hazarà non era ancora adolescente quando è morto, nel dicembre 2008, sotto le ruote di un tir a Mestre (VE). Tra gli oggetti che portava con sé c’era un taccuino con dei versi, in parte di autori classici afgani, in parte suoi. Eccone alcuni, pubblicati a cura di Hamed Mohamad Karim e Francesca Grisot con l’aiuto di Domenico Ingenito.

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.

Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi

*****

Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendesi il mio corpo
Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?

In un luogo alto sia deposta la mia bara
Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo.

Un articolo sulle poesie di Zaher lo potete leggere sul sito della rivista L’Altrapagina a questo indirizzo.

apr

28

Storie di profughi (5)

Inserito da Antonio U. Riccò il 28 aprile 2009

Dal racconto di un profugo afgano, raccolto da Misa Chiavari:

“Mio padre mi raccontava che quando era al servizio militare per due anni non tornavano a casa ed era dura per lui, aveva 18 anni. Quando lui ci raccontava queste cose per noi erano come favole, perchè eravamo piccoli. Per me questo periodo lontano dalla famiglia è stato come essere andato a militare. Così mi dicevo e con questa idea andavo avanti.

A Teheran le mie 3 sorelle più piccole sono andate tutte a scuola. Le più grandi erano riuscite a studiare a casa a Kandahar. Anch’io avrei potuto studiare a casa, ma non mi piaceva e mio padre mi diceva sempre: “Cosa diventerai quando sarai grande, se non studi?”. Ma io non volevo studiare, mi piaceva uscire con gli amici. Le sorelle più grandi si sono sposate molto presto. Una con un mio cugino. Quindi le più grandi erano sistemate. Mio fratello era sposato e stava per conto suo. Così mia zia è venuta a stare con noi e si occupava delle tre sorelle piccole.

La vita a Theran era meglio di quella in Afganistan. Ora che vivo a Roma, non direi che era molto bella là, ma allora venivo da Kandahar ed era già molto meglio! Gli iraniani odiano gli afgani e ti trattano veramente male! Nonostante siamo stati usati nelle prime file durante la guerra tra l’Iran e l’Iraq, gli afgani sono molto mal visti in Iran, non sono mai riuscito a capire il perchè. Gli iraniani non sono capaci a lavorare quanto lavora un afgano! E’ anche una forma di politica. Quando il popolo, anzi, i poveri si lamentano perchè non c’è lavoro, anche se gli iraniani non vogliono fare i lavori più pesanti e umili che svolgono gli afgani, il governo mostra di aver rimandato gli afgani al loro paese o di trattarli abbastanza male! E’ una politica, come qui da voi con noi immigrati. Il governo chiede mano d’opera afgana, ma vorrebbe che dopo un po’ se ne tornassero a casa loro, mentre una volta usciti dalla guerra nessuno vuole tornarci!

Sono rimasto in Iran 5 anni e a 20 anni ho conosciuto una ragazza in casa di un fratello di mio cognato.”

Le pagine dedicate alle Storie di profughi si possono leggere qui.

apr

23

Domande da porre

Inserito da Antonio U. Riccò il 23 aprile 2009

Ieri vi ho segnalato un nuovo caso di respingimento al confine di un minorenne afgano in barba alle convenzioni internazionali (v. “Minorenne? Non fa nulla!“). Non è il primo, come sappiamo.

Di questo problema si è occupato anche il Parlamento. In particolare ho accertato che il 31 marzo Sandra Zampa, deputato del Partito Democratico, ha presentato insieme ad altri colleghi un’interrogazione a risposta immediata al Ministro degli Interni Maroni. L’interrogazione prende spunto dall’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera e di altri giornalisti sul cd. “caso Alidad” (v. Ai parlamentari).

Sandra Zampa pone molto giustamente le domande che ogni cittadino di buon senso, sia che abbia votato a destra che a sinistra, vorrebbe porre al Ministro Maroni. Tra l’altro, l’On.le Zampa chiede:

“…se il Governo non ritenga di dover con urgenza adottare le misure necessarie per garantire i diritti dei bambini, da qualunque parte del mondo arrivino, nel rispetto delle leggi del nostro Paese e delle convenzioni internazionali, come ad esempio la convenzione di New York sui diritti del fanciullo, di cui l’Italia è firmataria;

quali iniziative il Ministro intenda assumere affinché presso le nostre frontiere venga garantito il diritto di vedere riconosciuto il proprio status di rifugiato politico, e al fine di evitare che ogni giorno nel nostro Paese moltissime persone, che fuggono dalla guerra, dalla violenza e dalla tortura, comprese madri con i loro bambini e minori non accompagnati, vengano indiscriminatamente rimandate nei Paesi da cui fuggono a grave rischio della loro stessa vita.

Il testo completo si può leggere qui.

Nonostante si tratti di un’interrogazione parlamentare a risposta immediata, non risulta che il Ministro Maroni, sino ad oggi, abbia saputo, potuto oppure voluto rispondere. Quando risponderà ve lo farò sapere, se risponderà.

apr

22

Minorenne? Non fa nulla!

Inserito da Antonio U. Riccò il 22 aprile 2009

Il sito Fortress Europe ha raccontato qualche giorno fa questa nuova storia di un profugo minorenne rispedito in Grecia dalle nostre autorità di polizia:

Il traghetto della Minoan attraccò a Venezia alle otto del mattino di un giorno d’agosto del 2008. Jumaa K. non ricorda la data. Era la sua prima volta. Dopo mesi di falliti tentativi. Dentro il rimorchio erano saliti tre giorni prima, di notte. Il camion era parcheggiato nel porto di Patrasso. Era bastato aprire lo sportello e fare in fretta prima che tornassero le volanti della polizia. Quando si contarono erano in 15, dieci dei quali ancora minorenni. Le scorte di acqua e biscotti finirono dopo 24 ore. Il sole d’estate rendeva tutto più difficile. Il terzo giorno, finalmente, il motore si accese e il camion si imbarcò. All’arrivo in Italia, il rimorchio venne scaricato dalla nave senza che nessuno si accorgesse della loro presenza. Fu soltanto la sera, intorno alle 19:00, nel piazzale del porto, che alcuni agenti delle forze dell’ordine aprirono i portelloni per un controllo.

Jumaa K. provò a scappare. Ma venne raggiunto da un agente e colpito con un calcio nella schiena. Nessuno gli chiese come si chiamasse, da che paese venisse e quanti anni avesse. Nessuno gli chiese dov’erano i suoi genitori e come mai aveva lasciato l’Afghanistan, attraversato le montagne dell’Iran, rischiato la vita nel mar Egeo, e ora di nuovo chiuso in quel camion. Riportarono tutti a bordo, e li chiusero a chiave in un bagno, con un po’ d’acqua e un piatto di spaghetti al pomodoro. Poche ore dopo, a mezzanotte, la Minoan ripartì per Patrasso. All’epoca dei fatti Jumaa aveva 16 anni.

L’intero articolo si può leggere qui.

Il numero dei profughi minorenni che – contrariamente a quanto prevedono le stesse Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia – vengono rispediti in Grecia sul primo traghetto utile aumenta. Chissà se qualche parlamentare ha ritenuto opportuno chiedere al Ministro se questi siano errori di qualche poliziotto troppo zelante oppure rappresentino un orientamento politico ben preciso… Farò qualche verifica e vi farò sapere.

apr

19

Storie di profughi (4)

Inserito da Antonio U. Riccò il 19 aprile 2009

Dal racconto di un profugo afgano in Italia, trascritto da Misa:

Iran

Dopo un anno questa famiglia si trovava in difficoltà. Anche loro come me erano scappati per sopravvivere. Mi dissero che volevano andare in Iran e mi chiesero cosa volevo fare io. Ho pensato che lì in Pakistan non conoscevo nessuno, cosa avrei fatto lì da solo? Così sono andato con loro in Iran, a Theran. Anche lì ho cercato subito lavoro. I primi anni ho fatto qualsiasi lavoro mi capitasse. Ho fatto il muratore, ho lavorato il marmo. Per la lingua andavo bene perchè il Darì e il Pashtun erano simili al persiano. Ho iniziato a lavorare come calzolaio in una fabbrica, lavoravo 18, 20 ore al giorno per 6 giorni a settimana, ma ero contento. Naturalmente lavoravo in nero e prendevo meno di quello con cui erano pagati gli iraniani. In sei mesi ho imparato il lavoro. Ho lasciato la fabbrica e mi sono messo in proprio.

Dopo due anni, avevo ormai 18 anni, mi fa sapere mio fratello che sta arrivando in Iran con le sorelle. Ero veramente contento di rivedere tutta la famiglia che mi era rimasta! Lavoravo come un pazzo, per preparare l’arrivo dei miei, ho affittato una casa. Mi sentivo un “uomo” perchè finalmente facevo qualcosa per la mia famiglia! Mio fratello ha portato un po’ di soldi. Quando sono arrivati eravamo tutti felici! Mia sorella più piccola aveva 5 anni, l’altra 6, l’altra 8, così a scala.

I brani precedenti del racconto si possono leggere qui.

apr

17

Storie di profughi (3)

Inserito da Antonio U. Riccò il 17 aprile 2009

Questa è la terza parte di una testimonianza raccolta da Misa. Chi racconta è un profugo afgano, la cui identità mi è nota.

“C’era una famiglia che scappava e mio fratello mi disse di andare con loro perchè se io non fossi scappato, avrebbero ucciso anche me. “Vai tu e poi noi veniamo, appena ti sei sistemato” mi disse. Non volevo partire, ma noi afgani abbiamo rispetto per il fratello maggiore e se lui dice una cosa noi obbediamo.

Sono partito da solo con questa famiglia. Siamo arrivati in Pakistan. Ero molto silenzioso, non parlavo con nessuno. Vi siamo rimasti un anno. Ho cercato subito lavoro e l’ho trovato presso un fabbro. Lavorando ti sfoghi un po’. Il mio capo diceva che ero bravo che avevo tanta voglia di imparare tutto quello che mi dava da fare. Loro parlavano molto, ma io non capivo nulla. Quando mi dicevano di portare il martello, io portavo le pinze. Poi ho iniziato ad imparare la loro lingua urda.”

Le pagine dedicate alle Storie di profughi si possono leggere qui.

apr

15

Ebrahim, 16 anni

Inserito da Antonio U. Riccò il 15 aprile 2009

“Era rannicchiato in un vano largo poco più di mezzo metro, incastrato fra il serbatoio e la ruota anteriore del pullman. Una notte di viaggio nella stiva della nave fino ad Ancona e poi 530 chilometri di autostrada, appeso a una traversina, per sfuggire a violenze e povertà.”

Dal Corriere della Sera del 1 aprile 2009.

La storia dunque si ripete. Questa volta il giovane profugo afgano si chiama Ebrahim, ha circa 16 anni e proviene da Parwan. Lo hanno trovato gli studenti di una scuola secondaria di Chieri (TO) che tornavano da un soggiorno ad Atene e di lui ha scritto Marco Bardesono, un cronista del Corriere. Egli scrive, tra l’altro, che il ragazzo non aveva documenti, a parte il foglio di via rilasciato dalle autorità greche, e che i carabinieri che lo avevano preso in consegna “dopo aver consultato il Tribunale per i Minori, non potendo fare altro, lo hanno lasciato andare“.

Spero che il giornalista sia incorso in un piccolo errore, perché a me sembra assurdo che un minorenne senza famiglia in Italia venga lasciato in balia di se stesso, senza aiuto e protezione. E a voi?

apr

07

Storie di profughi (2)

Inserito da Antonio U. Riccò il 07 aprile 2009

Proseguo oggi il racconto della storia di un profugo afgano, la cui identità mi è nota. Il testo è stato trascritto da Misa Chiavari.

La morte

Avevo 15 anni, quando tornando a casa ho visto che c’era tanta gente vicino a casa mia. Corro con gli altri ragazzi e chiedo cosa è successo. Vado a vedere. Prima mio fratello maggiore non mi lasciava entrare in casa. Mi sono arrabbiato perchè volevo entrare. Gli ho chiesto di lasciarmi entrare perchè quella era casa mia.

Entro e vedo tre corpi a terra coperti da una coperta. Chiedo chi sono questi? Mio fratello mi ha detto: “Alza la coperta”. Alzo e vedo mia mamma, mio papà e mio fratello maggiore trucidati.

Non ho pianto. Per una settimana mi è venuta una malattia per cui non potevo alzarmi dal letto, non potevo reggermi in piedi. Stavo al massimo seduto. Stavo sempre zitto. Ho chiesto a mio fratello: perchè succedevano queste cose? Chi è stato? Ma nessuno sapeva nulla.

In quel momento c’erano i mujaedin, nemici dei russi e siccome mio padre avvocato lavorava per i russi per mantenere la famiglia, probabilmente è stata questa la ragione. Ora penso che questo è stata la causa, allora non capivo. Dopo una settimana ho cominciato a piangere e sono guarito. Stavo sempre da solo, non parlavo con nessuno.

Dopo un mese mio fratello, parlando con me e le mie sorelle, disse che eravamo in pericolo e che dovevamo andare via da lì. A quell’età per me sarebbe stato molto semplice diventare mujaedin sarei andato con loro, mi avrebbero armato e sarei andato in guerra, perchè ormai avevo 15 anni, giovane, pieno di energia.

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