Tra un romanzo e l'altro

guardando il mondo

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23

A scuola (1)

Inserito da Antonio U. Riccò il 23 gennaio 2010

Possono, dei ragazzi di 13-15 anni, capire cose che gli adulti stentano a comprendere? Sì, possono, è la risposta che mi do dopo aver letto le lettere che una classe di alunni vicentini mi ha spedito nei giorni scorsi.

Erano attenti, attentissimi nell’aula magna della loro scuola il giorno in cui ho presentato loro La Missione di Tariq in una versione leggermente adattata, accompagnata dalla proiezione di fotografie e con l’aiuto di alcuni loro coetanei, che si sono prestati a fare da lettori. La loro commozione e partecipazione era percepibile in quel momento. Ora, a distanza di un paio di mesi, ho letto i loro pensieri e vorrei offrirveli, almeno in parte, iniziando da oggi.

Filippo mi scrive:

“…Per alcuni aspetti il viaggio del protagonista è così avventuroso che sembra un racconto inventato e non una storia vera. Sembra quasi impossibile che un uomo possa sopportare tante difficoltà per scappare dal suo paese in guerra e poi morire in maniera così tragica e triste quando ormai era così vicino alla sua libertà….”

Ambra, che sembra essere stata molto impressionata dal racconto, mi invita ad andare avanti:

“…lei ha fatto bene a scrivere un libro su questo argomento, così molta gente si accorgerà della realtà e smetterà di pensare che queste persone sono una zavorra per il nostro paese e si renderanno conto che la vita è una sola ed è meglio viverla bene. Forse riusciranno a pensare che magari il prossimo ragazzo che arriverà in Italia potrà essere il miglior amico di suo figlio o suo genero.”

Anche Stefano sembra colpito:

“…il suo libro mi ha fatto riflettere molto, infatti non pensavo che gli extracomunitari avessero una vita così difficile, pensavo che risparmiando un po’ quasi tutti potessero entrare in Italia legalmente. Il suo libro fa risaltare il contrario e la realtà … anche se serio e drammatico mi è piaciuto, sia perché mi ha formato sia perché mi ha fatto riflettere e perché per una volta mi sono fermato a pensare come vive un extracomunitario…”

Infine, per oggi, i pensieri profondi di Anna:

“Dopo la visita nella nostra scuola mi sono ritrovata spesso a riflettere sulla fortuna che abbiamo ad essere nati qui in Italia dove la qualità della vita è sicuramente migliore di quella che attualmente si ha in altri posti del mondo dove i ragazzi come noi, della nostra stessa età, per raggiungere obiettivi che noi diamo per scontati, sacrificano le poche cose che hanno dando, a volte, anche la vita.
Il lungo viaggio di Tariq è stato sicuramente difficile e faticoso, tanto che noi non riusciamo nemmeno a immaginare, ed era qualcosa in cui lui credeva e per cui si è impegnato con tutte le sue forze. Anche se proviamo a identificarci, non ci riusciamo perché la maggior parte di noi ha ottenuto tutto fin dall’inizio, senza dover lottare per poi riuscire a vincere… Qualche volta anche se ci s’impegna al massimo non si riesce a raggiungere lo scopo, ma questo è il rischio che si corre quando ci si impegna oppure non si perde niente però non si ottiene niente senza provarci.
Il viaggio di Tariq racconta ciò che noi spesso cerchiamo di dimenticare ed è ciò che inevitabilmente succede ogni giorno più e più volte. Se solo potessimo trovarci nella sua situazione, anche per un giorno, potremmo apprezzare molto di più quello chge abbiamo sempre avuto senza nessuno sforzo…”

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22

Oggi, due anni fa, moriva Kahled

Inserito da Antonio U. Riccò il 22 gennaio 2010

Più o meno all’ora in cui sto scrivendo, esattamente due anni fa, moriva Kahled.

Non al termine di una lunga vita e nel suo letto, ma sotto un tir spagnolo nel tragitto fra il porto d’Ancona e la zona industriale di Panighina di Bertinoro (FO) e a soli 15 anni. Ricordarlo oggi mi sembra il minimo che si possa fare per lui e per gli altri come lui: per Zaher, il 13enne poeta, schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre (VE) meno di un anno dopo, e per Amir, morto in circostanze simili ad Ancona il 23 giugno 2009.

Negli ultimi due anni ho cercato di raccontare la loro storia in vari modi: scrivendo un romanzo (Biscotti al cardamomo) e un racconto (La Missione di Tariq) che parlano di loro, dei giovani afgani in viaggio per mesi, spesso per anni, in cerca di una fortuna che si fa trovare raramente. L’ho fatto leggendo in pubblico i miei testi, cercando di dare voce alla loro disperazione. Da ultimo ho proposto il testo agli alunni di alcune scuole. Le loro reazioni sono state per me molto importanti, perché mi hanno segnalato che anche la morte assurda di Kahled, di Zaher e di Amir può avere un senso, se dalle loro storie nasce una riflessione per le nuove generazioni.

Da domani vi proporrò alcune lettere che mi sono pervenute da ragazze e ragazzi di una scuola di Vicenza a cui, un paio di mesi fa, avevo proposto “La Missione di Tariq“. Sono certo che anche voi avvertirete la grande commozione che emerge dalle parole dei ragazzi. La storia sembra averli toccati profondamente e esattamente questo era il mio obiettivo.

Quella storia sembra ora possa trasformarsi in una rappresentazione teatrale, da proporre, oltre che in teatro, in varie scuole del Land in cui vivo, la Bassa Sassonia. Due esperte registe tatrali – Nina de la Chevallerie e Luise Rist di Göttingen (v. boatpeopleprojekt.de) hanno iniziato a lavorare, insieme a me, per mandare in scena Tariqs Auftrag, questo sarà il probabile titolo del pezzo, verso fine anno. Gli incontri che abbiamo avuto sino ad ora con i rappresentanti di varie istituzioni culturali e sociali ci hanno rafforzato nell’impegnarci a fondo per la riuscita del progetto, cui collaborerà anche la casa editrice alpha beta di Merano, che ha pubblicato il testo da cui è tratta la rappresentazione.

Lo facciamo con lo scopo di aiutare i giovani a riflettere sulla situazione dei profughi e a prendere posizione, nella loro vita futura, contro ogni discriminazione e manifestazione xenofoba nei loro confronti. Ma lo facciamo anche perché Kahled, Zaher, Amir e gli altri non vengano dimenticati, dopo le poche righe di cronaca che sono state dedicate sui giornali alla loro terribile morte.

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10

Anche il mio amico Giovanni Pollice, nella sua funzione di responsabile del Dipartimento Politiche Migratorie presso la Segreteria Nazionale del Sindacato Tedesco dei settori industriali Minerario, Chimico ed Energetico (IG BCE), ha preso posizione contro il cosiddetto “pacchetto sicurezza”:

Dopo la legge razzista approvata dal Parlamento italiano in questi giorni, ritengo che non sia ammissibile che uno dei Paesi fondatori dell’Europa regredisca a livelli primitivi di convivenza, contraddicendo le leggi internazionali e i principi garantisti e di civiltà giuridica su cui si basa la stessa costruzione politica europea. Ritengo inoltre doveroso denunciare fermamente l’imperante ondata di xenofobia nei confronti degli immigrati. Doveroso è anche andare controcorrente rispetto al dilagare del razzismo camuffato da presunta “sicurezza“.

Si dice che l’Italia sia un Paese a maggioranza cattolica, o comunque di radici culturali cristiane, ma sembra che l’onda montante nel Paese abbia ben diversa matrice. E non mancano, ormai, forze politiche come la Lega, che squallidamente cavalcano questa pericolosa onda dell’intolleranza, esclusivamente per fini elettorali. In questi giorni il Parlamento del Paese dove sono nato, che si dichiara a maggioranza cristiana, ha deciso di cacciare via, di respingere gli immigrati dall’Italia. Mi sono interrogato su quale sia il ruolo del Parlamento: accettare il ricatto interessato di fascisti e leghisti a recepire e ratificare gli umori del Paese, oppure – nel rispetto dello spirito della Costituzione – attraverso le leggi, aiutare questo Paese a crescere. Mi permetto di ricordare ai parlamentari del Paese dove sono nato, che una legge per regolamentare l’ingresso degli immigrati e che costituisca la Carta fondamentale per una convivenza multietnica, non può fondarsi sulla repressione, sui respingimenti indiscriminati e sullo stato di polizia, ma deve avere come presupposto l’accoglienza e l’integrazione.

Non è vero che gli immigrati sono delinquenti, come non lo siamo noi italiani che viviamo fuori, non è vero che vanno in Italia a rubare il posto di lavoro agli indigeni, come non lo abbiamo rubato noi, non è vero che sono troppi, come non lo siamo noi, tanto da non poter essere integrati nel tessuto sociale italiano. Essi hanno in ogni caso qualcosa da regalare agli italiani, come noi che viviamo fuori dall’Italia abbiamo regalato ai Paesi che oggi ci ospitano. Essi potranno aiutare l’Italia a cambiare, come noi italiani abbiamo contribuito a cambiare i Paesi in cui oggi viviamo. E poi non è vero che in Italia ci sono soltanto quelli che non vogliono gli immigrati. Ci sono tanti che sono contenti di averli tra loro, esempio tanti lavoratori e lavoratrici che svolgono le mansioni più umili e dure, per le quali non si trovano italiani disposti a svolgere. A chi ha la memoria corta, vengo a rammentare che anche i primi nostri connazionali emigrati hanno sofferto una situazione simile; solo chi l’ha vissuta sulla propria pelle può capire cosa significa.

So benissimo che il processo di integrazione non è facile, come non lo è stato e non lo è tuttora nei paesi che ospitano tra l’altro anche gli italiani emigrati. Ciò non toglie comunque che un Paese civile abbia il dovere di favorire l’integrazione e non l’emarginazione di queste persone. Quello che ci vuole è la volontà politica che attualmente in Italia non vedo. I governanti italiani non capiscono che l’immigrazione è ricchezza culturale, potenzialmente è anche ricchezza economica. Deve essere controllata in modo rigoroso, ma i problemi si risolvono soprattutto favorendo l’integrazione e la tolleranza verso le altre culture

I confini territoriali, l’idea di patria e di nazione fanno parte del passato. Oggi le società moderne che hanno dei governanti lungimiranti e non ottusi, sono società multiculturali. Le norme varate in Italia a proposito di immigrazione, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come quello italiano. La mia speranza è quella che la stragrande maggioranza del popolo italiano, il quale non è razzista, sia pronto a protestare contro questa legge appena approvata dal Parlamento italiano, una legge ingiusta, razzista e disumana.

Giovanni Pollice

Direttore del Dipartimento Politiche Migratorie
presso la Segreteria Nazionale del Sindacato Tedesco dei
settori industriali Minerario, Chimico ed Energetico (IG BCE), Hannover

feb

08

I mass media nel romanzo

Inserito da Antonio U. Riccò il 08 febbraio 2009

Nel mio romanzo i media hanno una certa importanza, che è almeno pari a quella che hanno nella nostra vita quotidiana. Ci sono onesti cronisti, famosi talkmaster, capiredattore, grandi inviati; e ci sono rappresentanti della stampa e della televisione.

Ovviamente – come in tutte le categorie professionali, inclusa quella a cui ho appartenuto per molti anni (degli insegnanti prima, dei dirigenti scolastici dopo) – ci sono anche grandi professionisti e altrettanto grandi ciarlatani.

Non ho pensato mai a qualche specifico esponente del giornalismo, né a qualche particolare giornale o a qualche precisa trasmissione televisiva. Ma ho rielaborato le impressioni che i media italiani mi hanno dato, non solo nel recente passato. E le ho rielaborate in una cornice del tutto inventata. Sono nati così alcuni esponenti della carta stampata e del mondo televisivo con cui il lettore farà conoscenza. Eccoli:

  • Claudio BIGOLLI, insegnante di educazione fisica e collaboratore di Nord Trentino!
  • Daniel BRAMANTI-NEUß, direttore del Quotidiano del Sudtirolo
  • Giuseppe CHIATTI, caporedattore di Nord Trentino!
  • Gualtiero CIACCI, capo della redazione di Riva del Garda del Quotidiano del Sudtirolo
  • Sansovino DE MAGNONI, direttore del quotidiano Provincia bresciana
  • Teo DE TASSI, redattore del quotidiano Provincia bresciana
  • Mario DI RESTO, responsabile della cronaca di Senso dello Stato
  • Michela FANELLI, giornalista televisiva di Canale Tre
  • Licia GIANGIÒ, studentessa con il pallino del giornalismo
  • Martino GIANGIÒ, zio di Licia e redattore del Gazzettino Trentino a Rovereto
  • Paolo Emilio LORENZINI, inviato speciale del Quotidiano del Sudtirolo
  • Marco MATTEI, collaboratore della redazione rivana del Gazzettino Trentino
  • Lucio PARDINI, collaboratore del quotidiano Provincia bresciana
  • Corrado QUAGLIOTTI, giornalista di una non precisata emittente televisiva

Sarebbe del tutto errato trarre dalle testate o dalle sedi dei giornali o delle emittenti indicazioni in merito a mass media reali: lo ripeto – tutto è frutto della mia fantasia. Naturalmente ho cercato di differenziare il panorama proposto. Ci sono perciò giornali di partito (Nord! e il supplemento Nord Trentino!, giornali del Libero Popolo delle Alpi), accanto a quotidiani locali (Gazzettino Trentino, Quotidiano del Sudtirolo, Provincia bresciana, La Nuova Novara) e a testate nazionali (Senso dello Stato, L’informatore del Mattino).

Confesso di essermi divertito non poco a creare situazioni inedite (per ora?), come quella di assegnare al Quotidiano del Sudtirolo una linea editoriale molto stravagante: quella di un giornale in lingua italiana, con redattori italofoni, ma probabilmente con un editore di lingua tedesca, che auspica il distacco del Trentino dall’Italia e il ritorno alla situazione antecedente al 1919.

Qui potete vedere l’elenco dei media citati nel romanzo:

  • Canale Tre, network televisivo
  • Gazzettino Trentino, quotidiano indipendente, Trento
  • La Nuova Novara, quotidiano indipendente, Novara
  • L’informatore del Mattino, quotidiano indipendente, Milano
  • Nord!, quotidiano del Libero Poplio delle Alpi, Milano
  • Nord Trentino!, supplemento del quotidiano Nord!, Trento
  • Provincia bresciana, quotidiano indipendente, Brescia
  • Quotidiano del Sudtirolo, quotidiano indipendente, Bolzano
  • RBG – Radiotele Basso Garda, emittente televisiva, Brescia
  • Senso dello Stato, quotidiano indipendente, Roma
  • TV Tridentina, emittente televisiva del Trentino

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17

Diario di un’accoglienza

Inserito da Antonio U. Riccò il 17 gennaio 2009

Tra il 22 agosto 2005 (arrivo di Alidad a Merano) e il 21 gennaio 2008 (tragica morte di Kaled) ho raccolto i miei appunti in forma di diario. Per la precisione, il diario è stato scritto realmente a partire dal mese di settembre 2007, mentre il periodo precedente è stato ricostruito avvalendomi dei documenti a mia disposizione (e-mail, atti ufficiali, annotazioni) integrati dai ricordi di altri.

Ho definito questo documento, che se diventasse un libro avrebbe circa 200 pagine, “Diario di un’accoglienza”, con il sottotitolo “Il secondo viaggio di Alidad, figlio di Alimadad, del clan degli Shiri), perché documenta il processo d’integrazione sociale di Alidad, un percorso strettamente connesso anche con il libro pubblicato dal ragazzo insieme a Gina Abbate.

Non mi è possibile pubblicare l’intero diario. Pertanto qui il lettore troverà solo una parte delle mie annotazioni. Si possono sfogliare le pagine del diario in due modi: accedendo ai link del menù nella sezione Ciò che vorrei dirvi / Diario d’accoglienza oppure cliccando i link che seguono.

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25

In memoria di Kaled

Inserito da Antonio U. Riccò il 25 gennaio 2008

Il 22 gennaio 2008 è morto a Panighina di Bertinoro, nella zona industriale della cittadina in provincia di Forlì, un ragazzo afgano di soli 15 anni.

Si chiamava Kaled Araba Kail ed era arrivato ad Ancona, clandestino, su una nave greca proveniente da Patrasso. Il suo viaggio era proseguito nascosto sotto un tir spagnolo, eludendo così i controlli all’attracco.

Sulla morte di questo ragazzo, il cronista Maurizio Brunacci del Resto del Carlino, due giorni dopo il fatto, aveva scritto:


“FORSE sarebbe diventato un gran centravanti. Forse aveva scelto l’Italia per emulare i campioni del mondo visti in qualche lampo di tivù, laggiù nel suo Paese, l’Afghanistan, martirizzato da una guerra senza sbocchi. Adesso, 14 o forse 15 anni dopo essere nato nel posto sbagliato, il ragazzo non ha più sogni. E’ morto, il suo corpo straziato, dilaniato, dopo aver corso per decine di chilometri sotto la pancia di un tir con targa spagnola. Il suo capolinea è un budello laterale della zona industriale di Panighina di Bertinoro. Il piccolo coraggioso afgano senza nome giace sotto la pancia di un tir spagnolo: è legato con delle cinghie di cuoio logore, sdrucite, all’albero motore.”

“VERSO le due del pomeriggio di ieri c’è una scia rossa che a presa diretta si fonde con l’asfalto. Un operaio dell’Infia sta andando al lavoro per il turno delle 14. L’uomo nota quella monotona calligrafia di morte: sangue, versato da quel camion. E nota anche qualcosa che ciondola sotto il tir. Comincia a battere sul clacson. Il camion si blocca. Scendono due tipi robusti, mori, due autisti spagnoli. Occhi gonfi, interrogativi, i due alla fine riescono a capire che c’è qualcosa che non va. L’operaio gli fa vedere quella scia rossa. Tutti e tre allora s’inginocchiano sull’asfalto, quasi un gesto d’inconsapevole misericordia: davanti a loro, l’abisso dell’orrore: il cadavere dilaniato di un ragazzo, schiena arcuata, testa quasi estranea al resto del corpo, appeso allo scheletro del motore con dei lacci. Un corpo senza nome. Scarnificato, gettato via come un biglietto perdente d’una lotteria persa in partenza.”

“IN TASCA il ragazzino ha solo un foglio: è l’identificazione fatta dalla polizia greca il 21 dicembre scorso. E’ quella l’ultima traccia lasciata dal piccolo fuggiasco senza nome. Sul posto arrivano i carabinieri. La strada viene bloccata. Il ragazzo viene coperto da un telo bianco. Si cerca di capire, si cerca almeno di dare un battesimo postumo a quel piccolo ignoto afgano. I militari interrogano i due camionisti: «Noi siamo sbarcati ad Ancona, e lì ci hanno controllato ovunque, nessuno ha trovato niente».”

L’IPOTESI più probabile allora è che le cose siano andate così. Il ragazzo viaggia dalla Grecia occultato nella stiva d’una nave ignota. Poi quando nessuno può vederlo, si tuffa sotto il tir appena sbarcato al porto di Ancona. E’ uno di quei bestioni colorati, con parole strane stampate dappertutto. Bregoàn Transporter è la dicitura sulla cabina. Il tir arriva da La Coruña. Il ragazzo si tuffa sotto la pancia del camion rapido come i suoi giorni vissuti di corsa. Tra vapori di morchia, sbuffi d’olio e fumo di carburante bruciato, il piccolo afgano si lega all’albero di trasmissione del motore, il viso a non più di trenta centimetri dal fondo stradale.

IL CAMION parte, verso l’abisso: «Forse è morto da ore», dice il medico legale giunto sul posto della tragedia. I carabinieri interrogano i due autisti: davvero non sapevano nulla? Restano i dubbi. Forse il piccolo afgano è stato soffocato dalle esalazioni degli scarichi. La strada macinata, quasi 200 chilometri, ha fatto il resto. Divorandosi la vita di quel ragazzo. Senza nome, senza più sogni.

L’articolo era intitolato “Si aggancia sotto il tir per sfuggire ai controlli e muore straziato – L’orribile fine di un quattordicenne afgano”.

Kaled è stato sepolto in un primo tempo nel cimitero di Bertinoro. ma un mese dopo l’associazione ONG Afghanistan Future Foundation è riuscita a rintracciare i genitori in Afghanistan ed a restituire loro il corpo del ragazzo.

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01

Misa

Inserito da Antonio U. Riccò il 01 gennaio 2008

Nelle ultime giornate dell’anno Alidad e Gina trovano il tempo per visitare due luoghi che hanno avuto un certo rilievo nel corso dei mesi precedenti. (…)

Gina prosegue poi per Brescia, dove desidera partecipare alla marcia della pace, prevista per San Silvestro. Alidad, invece, resta a Roma, ospite di Maria Luisa (Misa) Chiavari.

Misa

Misa

Misa è una donna ben nota nella comunità degli afgani romani, di cui segue le sorti, attivandosi in loro favore. Collabora dal 1995 con il Centro Astalli, sede italiana del “Jesuit Refugees Service”, un’organizzazione di aiuti internazionali dei Gesuiti, presente in molti paesi e impegnata a favore dei rifugiati. Da molti anni insegna italiano agli immigrati. Leggo in internet un articolo che lei ha scritto per la rivista del Centro Astalli, “Servir”, e vi trovo la spiegazione di questo suo impegno sociale:

“Ho scelto la scuola d’italiano perché mi dà la possibilità di entrare meglio in contatto con persone che m’insegnano tante cose e danno un senso più profondo alla mia vita!
Io sento di dare a loro un grado di libertà in più, permettendo loro di comunicare attraverso la lingua. (…) Il lavoro dell’insegnante è avvicinarli ed ascoltarli, poi cercare di capire che tipo di aiuto hanno bisogno. A volte hanno solo bisogno di aprirsi, di avere un contatto umano di cui potersi fidare, qualcuno che ti apra le porte di casa, che non ti lasci fuori, qualcuno che ascolti la tua storia e che s’immedesimi nella tua sofferenza, con grande rispetto, qualcuno che ti risolva dei piccoli problemi che fanno inceppare la ruota che comincia a ingranare.”

Il lavoro dell’insegnante è, prima di tutto, ascoltare! Una frase semplice per spiegare una verità così raramente applicata nelle nostre scuole.

Solidarietà concreta

Solidarietà concreta

A casa di Misa – che il 31 dicembre ha invitato un folto gruppo di profughi, in maggioranza afgani, e ha cucinato i loro tipici piatti – Alidad si sente in famiglia. Poi, con un gruppo di loro, va a piazza Venezia a festeggiare la nascita del nuovo anno.

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02

Cronaca nera

Inserito da Antonio U. Riccò il 02 dicembre 2007

Alla ricerca d’informazioni sul campo profughi di Patrasso, mi sono imbattuto in questo testo, presente sul sito www.martignano.net:

(In memoria di Dino Frisullo)

Ali veniva, poniamo, da Zako.

Portava in tasca un pane di sesamo comprato in fretta con gli ultimi spiccioli nel porto a Patrasso pane caldo profumo di casa speranza di vita prima di calarsi nel buio del ventre del camion.
Ali aveva già visto l’Italia, poniamo. Aveva l’odore dolciastro del porto di Bari l’Italia gli piacque il castello svevo dalle mura merlate le luci gialle della città vecchia gli scaldarono il cuore ma il primo italiano che vide vestiva una divisa e fu anche l’ultimo.
Respingeteli, disse. Ali non capì le parole ma lesse lo sguardo le ginocchia gli tremarono poi si voltò contro il muro perché un uomo non piange.
Ali veniva da Zako, poniamo, e sapeva già usare il kalashnikov ma di raffiche ne aveva abbastanza e di agenti turchi irakeni americani arabi e di kurdi che ammazzano kurdi e di paura masticata amara con la fame e dell’eco delle bombe Qendàqur come Halàbje bombardieri turchi come gli aerei irakeni gli stessi occhi sbarrati contro il cielo che uccide.

Ali, poniamo, aveva una ragazza rimasta sola la famiglia fuggita in Germania, con lei aveva sognato l’Europa con lei aveva cercato gli agenti turchi e turkmeni e kurdi, maledizione, anche kurdi per contrattare il passaggio della prima frontiera, batteva forte il loro cuore al valico di Halìl divise verdeoliva mazzi di banconote stinte di tasca in tasca nel buio e poi liberi corrono veloci i minibus da Cizre verso Mardin ogni mezz’ora un posto di blocco divise verdeoliva banconote via libera colonna di autobus veloce viaggiando solo di notte tre notti trenta posti di blocco zona di guerra da Màrdin ad Adàna poi veloci fino a Istanbul e quella notte ad Aksaray nel più lurido degli alberghi fra scarafaggi e zanzare e russare di ubriachi per la prima volta avevano fatto l’amore e per l’ultima volta.

Sul comodino un vaso di fiori stecchiti lei ne sfilò uno glielo regalò con un sorriso come fosse una rosa di maggio.
Fu all’alba che vennero a prenderli taxi scassati gabbiani a stormi contro il cielo grigio del Bosforo (Ali non aveva mai visto un gabbiano e neppure il mare) poi tutti a piedi verso un’altra frontiera in fila indiana nel fango in silenzio fino alle ginocchia nell’acqua del Méric ha la pistola il mafioso “più in fretta” sussurra, di là c’è la Grecia l’Europa è calda la mano di Leyla si chiamava Leyla, poniamo era calda la mano di Leyla prima che scoppiasse sott’acqua la mina prima che i greci cominciassero a sparare prima dell’inferno…

Un uomo non piange ma il cuore di Ali restò a galleggiare fra i gorghi di melma del Méric mentre si nascondeva nel canneto perché i greci non scherzano e se ti consegnano ai turchi è la fine i maledetti verdeoliva che hanno intascato i tuoi soldi ti fanno sputare sangue nelle celle di frontiera.

Così in Grecia l’uomo si fa gatto si fa topo ragno gazzella nascondendosi di giorno negli anfratti marciando di notte fino a Salonicco e poi un passaggio da Salonicco a Patrasso giovani turisti abbronzati, poniamo, Ali ha la febbre batte i denti fa pena rannicchiato sul sedile della Rover è bella la ragazza straniera ma la sua Leyla era più bella più profondi del mare i suoi occhi. La Rover frena quasi sul molo c’è un traghetto che sta per partire di là c’è l’Europa davvero con gli ultimi soldi paga il biglietto per Bari Ali il mare non l’aveva mai visto fa paura di notte il mare ti chiedi quanto sarà profondo (erano più profondi i suoi occhi) ma un uomo non ha mai paura e il cielo dal mare non è poi diverso dal cielo dei monti di Zako nelle notti chiare.

Fa più paura la polizia di frontiera “ez kurd im.”

“Ma che vuoi, che lingua parli, rispediteli a Patrasso ne abbiamo abbastanza di curdi qui in Puglia non bastavano i cinquecento dell’ultima nave, chiudeteli nella cabina che non scendano a terra sennò chiedono asilo…”

E’ triste il cielo dal mare come il cielo dei monti di Zako nelle notti scure.

E’ duro esser kurdi su un molo sperduti fra il cielo ed il mare erano in dieci, poniamo, che quella notte a Patrasso contrattarono in fretta seicento dollari a testa disse il camionista non uno di meno seimila dollari quei dieci corpi quasi il valore di un carico intero e il suo amico Huseyn pagò anche per lui prima di coricarsi abbracciati nel buio stretto il pane di sesamo in tasca stretto in mano un fiore secco in dieci stretti fra le balle di cotone che ti penetra in gola negli occhi nel naso ti toglie il respiro…

E’ cronaca nera
MORTI SOFFOCATI SEI CLANDESTINI IN UN TIR
è politica
MILLE CLANDESTINI RESPINTI NEL PORTO DI BARI
è diplomazia
ACCORDO CON LA GRECIA SUI RIMPATRI
è ipocrisia
ROMA CHIEDE COLLABORAZIONE AD ANKARA
è propaganda
INASPRITE LE PENE CONTRO I TRAFFICANTI
è nausea è rabbia è dolore

Sotto le stelle di Zako mille Ali sognano l’Europa in Europa sogneranno il ritorno e nella nebbia di Amburgo, poniamo, nella gelida nebbia senza stelle Huseyn bussa a una porta ha da consegnare una cattiva notizia un pane di sesamo secco e un fiore stecchito…

Dino Frisullo, ottobre 2000

nov

30

Patrasso

Inserito da Antonio U. Riccò il 30 novembre 2007

Che il porto di Patrasso, dal quale partono molti traghetti per l’Italia, sia una delle tappe degli afgani nel loro lungo viaggio verso l’Europa, Alidad lo ha spiegato nel suo libro con dovizia di particolari. Anche altri afgani che sono giunti in Italia in condizioni simili, come il ragazzino arrivato a Bologna in luglio, di cui ha riferito “La Repubblica”, sono passati da là. Alidad ha descritto questa sua tappa come una delle più difficili e disagevoli, non solo per la pericolosa traversata, ma anche per le condizioni di vita in cui versano i profughi.

In internet ho avuto conferma, proprio la Vigilia di Natale, di questa situazione. Ho trovato un breve articolo nel sito della “Maritime Trade Press”, una casa editrice tedesca specializzata nel settore dei trasporti marittimi. L’articolo racconta che 250 inferociti emigrati illegali sono entrati oggi, venerdì 30 novembre, nell’area portuale e hanno danneggiato camion ed automobili.

„La protesta degli emigrati, soprattutto provenienti dall’Afghanistan, era rivolta contro i membri dell’equipaggio del traghetto «Lefka Ori», che avrebbero picchiato uno dei loro compatrioti. L’immigrato illegale si era nascosto nel traghetto per arrivare a Venezia, quando è stato scoperto dall’equipaggio, riferisce la radio statale greca. Per quasi due ore, secondo i testimoni oculari, dominava il caos nella zona doganale del porto. Tuttavia, alle prime luci dell’alba l’ordine è stato ricostituito. Da Patrasso salpano quotidianamente numerosi traghetti verso l’Italia. Le autorità greche tollerano da anni la presenza di dozzine di immigrati illegali, che vivono nei dintorni del porto di Patrasso in condizioni inumane in capannoni abbandonati. Essi cercano un’occasione per poter arrivare in Europa. Le organizzazioni umanitarie hanno criticato aspramente questo stato di cose.”

Proseguo la ricerca e scopro che qualche settimana prima un profugo afgano di 14 anni è stato accoltellato da un poliziotto greco di guardia al porto e che 11 afgani sono stati sepolti nel cimitero di Patrasso negli ultimi anni .

Documenti in web sul campo profughi di Patrasso:

Vedi anche, in lingua tedesca, queste pagine web esterne al sito:

Patras: Hafenpolizist sticht mit messer auf 14 jahrigen afgahnischen fluchtling ein

Ihr müsst uns als Menschen betrachten, nicht als Grenzen! –
Ein Bericht aus Athen, Patras – November 2007

lug

29

Tutti impostori?

Inserito da Antonio U. Riccò il 29 luglio 2007

Il quotidiano “La Repubblica”, a pagina VII della cronaca di Bologna, pubblica una notizia di cronaca che ricorda molto quella di Alidad. Sotto il titolo “Giovane afgano allo stremo in autostrada” scrive:

“Una fuga dall’Afghanistan, dalla guerra, da un’esistenza senza futuro. Un viaggio interminabile attraverso la Grecia, la Turchia e poi l’Italia: che ha iniziato a risalire nascosto nel vano di un camion, rannicchiato accanto alla ruota di scorta, fino al parcheggio dell’area di servizio “La Pioppa est”, alle porte della città. Un vero incubo per un ragazzo afgano di 14 anni, che venerdì pomeriggio è stato soccorso da una guardia giurata della Securitas. L’adolescente era in stato confusionale, disidratato e aveva bruciature sulle mani. Ma ieri le sue condizioni sono migliorate. Prima di essere portato all’Ospedale Maggiore, il ragazzo ha raccontato alla polizia di essere sbarcato da qualche parte in Italia e di essersi attaccato a un camion, senza una meta precisa.”

Per saperne di più, telefono al cronista della redazione bolognese de “La Repubblica”, che ha scritto l’articolo. Apprendo così che il ragazzo è ora ospite, probabilmente, della comunità “Il Ponte” nella città emiliana.

Per me questa è l’ennesima prova che la storia raccontata da Alidad non è frutto di fantasia. Questa è invece la realtà di vita di molti adolescenti afgani. A meno che non siano tutti bugiardi, fingano d’essere in stato confusionale, si disidratino volontariamente e si procurino ustioni alle mani per rendere più credibile la messa in scena…

lug

11

afghanistanitalia.org

Inserito da Antonio U. Riccò il 11 luglio 2007

In Internet ho scoperto che, a volte, le rappresentanze diplomatiche dei paesi di provenienza degli immigrati clandestini si rifiutano di riconoscere i propri connazionali come tali. Sembra che lo facciano per evitare di doversi accollare oneri finanziari non graditi. Sarà il caso dell’Ambasciata dell’Afghanistan?

Ovviamente, non posso chiedere ai funzionari diplomatici se questo è il loro comportamento, ma forse esiste qualche organizzazione degli afgani che vivono in Italia, così come all’estero ve ne sono tante d’emigrati italiani. Decido così di cercarne le tracce in rete. La mia speranza e che l’associazione, sempre che esista, mi possa aiutare a capire se questo problema sussista o meno.

Esmaeli Qorbanali

Esmaeli Qorbanali

Scopro presto che un’associazione degli Afgani in Italia effettivamente esiste. I siti in cui se ne parla riportano anche il nome del suo presidente, un certo Esmaeli Qorbanalì. Si tratta di un profugo hazara, che come Alidad proviene da Ghazni.

In internet trovo altre notizie su di lui. Apprendo che la sorella di Qorbanalì, Fatima, aveva rischiato la vita per alfabetizzare le ragazze, alle quali era vietato andare a scuola durante l’oppressione talebana. Dall’Italia lui cerca ora di realizzare il progetto della sorella. Insieme con lei e con il fratello Abdulraziqh ha fondato nel 2002 l’O.N.G. “Ghadir Future Foundation”, con sedi a Ghazni e a Kabul. Nel 2004, con la collaborazione della Cattedra di Antropologia Culturale dell’Università “La Sapienza”, E.Q. ha poi promosso la nascita della “A.F.F. Italia Onlus”, destinata al sostegno delle attività della Ghadir Future Foundation.

In rete apprendo che è intervenuto pubblicamente in occasione di manifestazioni e convegni sull’Afghanistan. Lo vedo, ospite di “Repubblica TV” discutere in un ottimo italiano con politici e giornalisti. Mi convinco che possa essere lui la persona a cui parlare delle mie preoccupazioni, ma non ho modo di contattarlo, non possiedo un recapito telefonico e nemmeno un suo indirizzo e-mail. Tra le pagine web c’è però un blog tenuto da un’ottima cuoca con lo pseudonimo di Morrigan. Lei ama tenere il diario dei pranzi e delle cene che organizza. Appunto ad una di queste Qorbanalì è stato invitato dal marito della signora sei mesi prima. Scrivo via web e ottengo da loro l’indirizzo e-mail del rappresentante degli afgani in Italia.

Qorbanalì mi sarà di grande aiuto per ottenere una corretta valutazione della posizione di Alidad da parte della Rappresentanza diplomatica afgana.

lug

10

Onomastica islamica

Inserito da Antonio U. Riccò il 10 luglio 2007

L’expertise, che Carlo Saccone mi ha spedito, è sulla mia scrivania. Carlo vi spiega con dovizia di particolari le consuetudini onomastiche islamiche e in particolare indica il rapporto tra i nomi (del soggetto, del padre, del nonno) e la denominazione del clan o tribù. Inoltre, egli raffronta queste tradizioni con la necessità di farsi identificare nel mondo occidentale prendendo spunto dai documenti di Alidad, che gli ho spedito via e-mail:

“(…) Si riscontra nei suoi documenti d’identità che nominano accanto al nome Alidad (first name) anche il nome del padre Alimadad indicato come cognome (family name) e persino il nome del nonno Najib. Non si legge invece Shiri, ossia l’indicazione di origine tribale che il ragazzo ostinatamente presenta come suo “cognome”. La cosa non è affatto strana e risulta ben comprensibile se si tiene conto – oltre alle motivazioni suddette – che l’Afghanistan è un paese in cui la famiglia mononucleare ha relativamente poca importanza rispetto alla tribù o al clan tribale inteso come “famiglia allargata” e vero depositario della “identità profonda” di ciascun individuo. Il ragazzo a mio parere ha semplicemente scelto di presentarsi con il “cognome” Shiri perché:

1. Aveva capito che in Italia il nome è fatto di due elementi soltanto e occorreva sceglierne uno, possibilmente semplice e facile da ricordare per gli italiani
2. Shiri gli può essere sembrato l’elemento più significativo della sua identità, indipendentemente da ciò che la burocrazia del suo paese può avere scritto nei suoi documenti ufficiali, e, nella sua ingenuità e inesperienza, senza rendersi conto dei pasticci burocratici che ciò avrebbe potuto causargli. (…)”.

E ancora, con riferimento a quanto narrato nel libro:

“…uscito dall’Afghanistan, egli aveva trovato rifugio presso le comunità di emigrati Hazara che vivevano in Pakistan. Qui è facilmente intuibile, dopo quanto detto sopra, quanto importante fosse per il ragazzo presentarsi come Ali Shiri, proprio per trovare più facile accoglienza presso gli emigrati appartenenti allo stesso clan Shiri degli Hazara. Dato l’obbligo fortissimo di solidarietà che vige da sempre in questi organismi tribali, è facile concludere che la sua identità di membro del clan Shiri degli Hazara sia uscita ulteriormente rafforzata dopo l’esperienza in Pakistan e che il ragazzo trovi da allora cosa naturale e ovvia presentarsi come Ali Shiri“.

lug

10

Il nome nell’Islam

Inserito da Antonio U. Riccò il 10 luglio 2007

Dall’expertise del prof. Carlo Saccone (Univ. di Padova) sul problema dell’uso del nome nei paesi musulmani:

Nei paesi musulmani il nome si costruisce con criteri molto diversi da quelli familiari a chi vive in Occidente. Accanto al nome attribuito alla nascita, ad es. Ali o Abdallah troviamo una sorta di estensione che indica il nome del padre, ad es. ibn Yusuf (= figlio di Yusuf) che corrisponde un po’ al nostro “fu Antonio” o “fu Giovanni” che compariva nei documenti di una volta per indicare il nome del padre. Spesso poi si trova una ulteriore estensione, per indicare il nome del nonno, e magari anche del bisnonno. Così, per fare un esempio, il nome Ali ibn Yusuf ibn Muhammad ibn Hasan significa: Ali figlio di Yusuf (padre) figlio di Muhammad (nonno) figlio di Hasan (bisnonno).

Quando la persona in questione diventa adulta, si sposa e ha un figlio, può premettere al nome così costituito, un ulteriore elemento. Nell’esempio appena fatto, se Ali si sposa e diventa padre di Aziz, potrà premettere al suo nome l’espressione Abu Aziz (= padre di Aziz) che, anzi, da quel momento può diventare il nome con cui sarà conosciuto e nominato nel suo parentado, nella cerchia dei suoi conoscenti e amici nel suo villaggio ecc.

Se poi la persona è conosciuta per esercitare un certo mestiere, poniamo quello del maestro di scuola che si dice al-mu’allem, è facile che al suo nome venga aggiunto anche questo elemento che indica la professione.

Ulteriore elemento importante può essere la provenienza geografica (specie se la persona in questione è emigrata verso un’altra città o un altro paese), oppure la provenienza tribale, che diviene importante in contesti particolari dove l’appartenenza a una certa tribù o a un clan della tribù è considerato socialmente rilevante e viene percepito dall’ individuo come un elemento fondamentale della sua identità.

Continuando con l’esempio, supponendo che il nostro Ali sia emigrato dalla Turchia all’Iran, potrebbe aggiungere al suo nome al-Torki (=il turco, quello che è venuto dalla Turchia).

A questo punto il nome completo, nell’esempio che abbiamo fatto, sarebbe: Abu Aziz Ali ibn Yusuf ibn Muhammad ibn Hasan al-Mu’allem al Torki.

Infine se il nostro Ali ha fatto un pellegrinaggio alla Mecca (uno dei doveri e dei titoli d’onore del buon musulmano), potrà premettere al nome su descritto il titolo Hajj, che significa appunto “pellegrino” nel senso di chi ha fatto il sacro pellegrinaggio alla Mecca. Se Ali poi avesse anche studiato scienze religiose in un seminario o fosse ritenuto esperto di cose religiose, facilmente gli verrebbe riconosciuto un titolo che denota il possesso di questo tipo di competenze, come ad es. imam, sheykh, qadi ecc., che nel nome precede tutti gli altri elementi sopra indicati.

Quando, a partire dal XX secolo, anche nei paesi musulmani come in ogni altra parte del mondo si è cominciato a introdurre l’uso di documenti di identità personali (passaporti, carte d’identità ecc.), le esigenze della burocrazia, in particolare di semplificazione da un lato e di uniformazione agli usi in vigore nei paesi occidentali dall’altro, hanno portato a “snellire” alquanto il nome, nel tentativo di avvicinarsi al modello occidentale basato su due soli elementi: nome e cognome. Mentre non c’è stato alcun problema per il nome, il problema sorgeva invece nella determinazione del secondo elemento ossia quello che corrisponderebbe al nostro “cognome”. In teoria qualunque parte del nome completo tradizionale poteva funzionare da “cognome”. Per restare nell’esempio, un paese avrebbe potuto scegliere di scrivere sul passaporto:

nome (first name): Ali
cognome (family name): ibn Yusuf OPPURE SOLO Yusuf, OPPURE Torki OPPURE Imam ecc. ecc.

Di fatto ogni paese musulmano ha optato per criteri e procedure proprie nella scelta relativa alla semplificazione del nome da inserire nei documenti di identità. Ma è da osservare che spesso il singolo individuo continua a presentarsi a nuovi conoscenti con il nome formato nel modo tradizionale su descritto, decidendo poi a suo arbitrio se dirlo per intero o magari una sola sua parte.
Se poi il nostro Ali – per continuare nell’esempio- dovesse emigrare, una volta resosi conto che non è facile usare nomi tanto complessi specialmente in paesi occidentali, spontaneamente tenderà a presentarsi o con il solo nome (Ali) o con l’aggiunta di un secondo elemento (nell’esempio: Torki, oppure Mu’allem, oppure Ibn Yusuf) che egli avrà prescelto essenzialmente in base a uno dei criteri seguenti:

1. è l’elemento che gli sembra più facile da ricordare o da pronunciare per i suoi interlocutori nel paese ospite
2. è l’elemento che lui, soggettivamente, valuta essere importante o essenziale per la propria identità.

Le due motivazioni non sono necessariamente in contrasto l’una con l’altra. Dopo quanto detto, riuscirà facile comprendere perché spesso si possa riscontrare una certa differenza tra il nome che il soggetto spontaneamente dichiara alle persone conosciute nel paese che lo ospita e il nome che risulta effettivamente nei suoi documenti. La cosa, che a un europeo sembra incredibile e magari indizio sicuro di intenzioni truffaldine, è in realtà quasi sempre dovuta alle complesse ragioni su descritte.

lug

08

Il clan Shiri

Inserito da Antonio U. Riccò il 08 luglio 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

L’altra questione importante di cui parlo con lui, mentre scendiamo verso il Garda, è quella del suo cognome, Shiri, che non compare però documento rilasciato a Ghazni e nemmeno nella traduzione in lingua inglese, fatta dai ministeri di Kabul.

Lui è uno Shiri, mi ribadisce, come lo era tutta la sua famiglia, ma non sa spiegare perché questa parola non sia sul documento. “Già”, lo contesto, “ma se Shiri non compare sui documenti come può essere il tuo cognome?”

Perché i due documenti citano il nome di Alidad, il nome di suo padre e di suo nonno, ma non questo presunto “cognome”? Forse la risposta la può dare solo un esperto in cultura islamica, rifletto, e decido di contattare il marito di un’amica, Carlo Saccone, docente a Bologna e a Padova.

Ho conosciuto Carlo in Germania, tanti anni fa, quando era ancora un insegnante elementare in aspettativa, con la passione per l’Iran e per la cultura persiana. La sua passione si è trasformata poi in una professione, e lui attualmente insegna “Lingua e Letteratura persiana” e “Storia dell’Iran” all’Alma Mater Studiorum di Bologna, ma anche “Storia dei paesi islamici” all’Università di Padova.

Gli telefono stando ancora a Riva e gli spiego il problema, che per lui non è tale, ma prima di rispondermi vuole essere sicuro di aver ben capito la situazione e mi chiede di passargli Alidad. In farsi – che Carlo parla bene, mi dirà poi Alidad – chiede qualche delucidazione e parla con il ragazzo a lungo della sua storia. (…)

“Abbiamo parlato in farsi”, mi risponde Carlo, “dato che io non capisco il Dari, con cui Alidad aveva iniziato la conversazione. (…)”

A lui chiedo se può scrivermi un parere, spiegando esattamente cosa sia “Shiri” nel sistema di regole dell’onomastica afgana. Gli spiego che ho bisogno di disporre di un documento che chiarisca inequivocabilmente ciò che lui, al telefono, mi ha appena anticipato e cioè che “Shiri” è il clan, la tribù di appartenenza. Vorrei, inoltre, che lui mi spiegasse qual è l’uso del nome del padre e del nonno per identificare un individuo e perché il ragazzo ha indicato come cognome “Shiri”, pur non essendo presente questa parola sul suo documento.

Carlo si mette subito al lavoro.

lug

08

Gita a Riva del Garda

Inserito da Antonio U. Riccò il 08 luglio 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

Venerdì, al ritorno da Bolzano, ho proposto ad Alidad di fare una gita sul Lago di Garda. Mia madre, che vive a Riva, ha letto il libro e si è ovviamente commossa. Quando accenno al telefono alla mia idea di andarla a trovare, ma accompagnato da una persona che le piacerà conoscere, comprende subito di chi parlo. “L’afgano, il ragazzo afgano!” mi conferma contenta.

E così oggi, domenica, passo a prenderlo alla Lanz e viaggiamo verso Riva. È l’occasione giusta per parlare con lui di tanti dettagli della sua storia, dei quali vorrei sapere di più. Gli chiedo, tra l’altro, di aiutarmi a capire com’è possibile che un ragazzino Hazara, in una fabbrica a Teheran, possa avere un ruolo di responsabilità nel turno di notte. Alidad mi parla dell’amicizia con il giovane che nel libro è chiamato Alijan, che è quello che definiremmo un amico di famiglia. Mi spiega che Alijan aveva promesso alla zia Hava di aiutarlo e si sentiva responsabile per lui. Per questo, quando si è accorto che Alidad si comportava seriamente e lavorava con impegno, non ha esitato a proporlo al direttore della fabbrica per un incarico di fiducia. Alidad, inoltre, diversamente dagli altri operai afgani, era in grado di leggere e scrivere. Penso che, forse, Alidad ha un pochino enfatizzato il suo ruolo nella fabbrica, ma la sostanza di ciò che racconta mi sembra veritiera.

lug

03

Nell’area di servizio

Inserito da Antonio U. Riccò il 03 luglio 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

Cresce l’interesse per Alidad e per la sua storia da parte dei media locali, con la sola eccezione della pagina meranese dell’”Alto Adige”. Oggi è l’ORF, la televisione pubblica austriaca, che da Bolzano manda in onda trasmissioni giornaliere, a progettare un servizio. Verrà inserito nel palinsesto della trasmissione di mercoledì di “Südtirol Heute”, diffusa su entrambi i canali dell’emittente. Il giornalista che mi contatta dopo aver parlato con Gina cerca una location adatta alla storia. Vorrebbe effettuare delle riprese in un luogo che ricordi il viaggio di Alidad e pensa… alla stazione ferroviaria! Solo quando Gina ed io gli facciamo presente che il viaggio del ragazzo non è avvenuto in treno, ma in condizioni ben diverse, si convince a lasciar cadere l’idea.

La truppe televisiva registra un ottimo servizio, in parte nel cortile della scuola professionale e in parte sulla ME-BO, la superstrada che congiunge Merano al capoluogo. Qui, nel vasto piazzale accanto al distributore di benzina, dove parcheggiano i grandi tir, Alidad ci spiega per filo e per segno come ha viaggiato. Con il consenso dell’autista albanese, il ragazzo scivola sotto un tir e ci mostra il penultimo asse, indica come si era sdraiato e come si era legato per non cadere, mostra gli appigli cui si era aggrappato, parla della sua grande paura.

Il giorno dopo, quando l’ORF manda in onda il servizio, siamo tutti molto soddisfatti di questo esempio di giornalismo di qualità.

Nella stessa settimana la rivista di lingua tedesca “FF” dedica ad Alidad due pagine e un bel servizio dal titolo “Weg nach Europa” (“La strada per l’Europa”), il 5 luglio il programma regionale radiofonico della RAI manda in onda un’intervista a Gina e l’8 luglio è Cristiane Weinhold sul settimanale “Z am Sonntag” a presentare la storia ai propri lettori. Il 12 luglio è il quotidiano in lingua tedesca “Tageszeitung” a prender in prestito il titolo di un famoso film (“Auf der Flucht” – In fuga) parlando di Alidad.

giu

29

Stelle di mare

Inserito da Antonio U. Riccò il 29 giugno 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

Al mattino, appena entro in ufficio, trovo Annalisa raggiante.

Annalisa è un’impiegata della segreteria del nostro istituto, ma è soprattutto una donna sensibile. Un amico le ha mostrato un breve testo, che lei ritiene molto attinente alla storia di Alidad. Lo leggo e me ne convinco anch’io:

“Sulla spiaggia, all’alba, un vecchio nota, lontano davanti a lui, un giovane che raccoglie delle stelle di mare e le ributta in acqua. Incuriosito, lo raggiunge in fretta e gli chiede il perchè di questo strano modo di fare.

Il ragazzo spiega che le stelle di mare, scaraventate dalle onde sulla spiaggia in mezzo a tanta sabbia, sono destinate a morire se rimangono esposte al grande sole del mattino.

“Ma la spiaggia si estende per chilometri e chilometri e di queste bestiole ce ne sono migliaia” – esclama l’altro. “Non vedo come puoi cambiare tutto.”

Il giovane allora guarda la stella di mare che tiene in mano, poi la lancia nelle onde e gli risponde. “Per questa ad ogni modo cambia tutto!”.

È un racconto semplice, una delle tante storie che navigano in internet da un sito all’altro. (…) Decido di utilizzarla durante le presentazioni pubbliche del libro, anche per contrastare l’obiezione inconcludente che ormai più persone ci muovono: “Perché aiutare proprio Alidad, se sono tanti coloro che vivono situazioni simili?”

giu

15

Un ragazzo come tanti altri

Inserito da Antonio U. Riccò il 15 giugno 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

Nel pomeriggio mi preparo per la presentazione del libro, prevista in serata alla biblioteca civica, e rivedo la scaletta che ho preparato. Alterno informazioni sull’Afghanistan a domande ad Alidad e a Gina. Le ragazze e i ragazzi della scuola media, con il consenso convinto delle loro famiglie, leggeranno alcune pagine del libro, mentre fotografie e mappe aiuteranno il pubblico a capire quale sia stato il percorso seguito da Alidad.

Già pochi minuti dopo l’apertura della biblioteca la sala si riempie. Il personale fatica a trovare sedie per tutti e, presto, la gente in piedi è almeno tanta quanto quella che trova posto a sedere. Ci sono molti studenti, ma anche molti adulti, genitori e nonni, insegnanti, persone semplicemente interessate alla storia di Alidad. L’Assessora all’Istruzione, Daniela Rossi Saretto, che è presente con il suo collega, Roberto Ragazzi, trova parole di sostegno per Alidad e di lode per la pubblicazione del libro. Gli assessori (…) hanno scelto d’essere presenti per segnalare pubblicamente la loro solidarietà.

(…)

Gina e Alidad si alternano e rispondono alle domande che ho preparato. Alidad è emozionato, forse più di qualche giorno prima a Bolzano, ma pochi se ne accorgono. Prendendo a prestito il titolo di un famoso film di trent’anni fa, si potrebbe dire che è “un piccolo grande uomo”. È orgoglioso d’essere un afgano Hazara, ma resta sempre modesto e mai arrogante. Anche nei mesi successivi Gina ed io avremo modo di costatare che il successo decisamente non gli dà alla testa. Lui resta sempre l’Alidad che conosciamo.

Alidad a 16 anni

Alidad a 16 anni

Vorrei tanto far capire a tutti che Alidad non è un eroe, ma un normale adolescente di 16 anni, che gioca volentieri a calcio, ascolta musica, va a scuola e vi s’impegna. La sua però è l’emblematica storia di tanti giovani, purtroppo, non solo afgani. Anche per questo, nel corso della serata, faccio riferimento agli altri ragazzi del Kinderdorf ed ai loro educatori, che sono in sala, e li saluto. Sono visibilmente contenti di questo piccolo gesto d’attenzione.

giu

05

Via dalla pazza guerra!

Inserito da Antonio U. Riccò il 05 giugno 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

copertina_via-dalla-pazza-guerraOggi il libro di Alidad e Gina verrà presentato ufficialmente. I quotidiano locali danno alla notizia grande rilievo, dedicandovi la loro intera pagina culturale. Carla Spiller, giornalista dell’”Alto Adige”, parla di Alidad sotto il titolo “Fugge dall’Afghanistan – Ora vive a Merano”, mentre il “Corriere dell’Alto Adige” mette l’accento sulla traversata dell’Adriatico e titola “Due notti sotto un tir. La fuga di Alidad dalle bombe”.

Il Centro Professionale di via S. Gertrude di Bolzano ospita la presentazione del libro, il direttore della scuola professionale di Merano modera il dibattito e un’insegnante della stessa scuola legge alcuni brani del libro. Sono presenti molti studenti dei corsi professionali di Bolzano e tutta la classe di Alidad, venuta apposta per condividere con lui questo importante momento.

(…)

prima_pres_via_dalla_pazza_guerraAlidad, seduto al grande tavolo della conferenza, è emozionato, ma Gina, che gli siede accanto, come un angelo custode, lo è ancora di più. Quando una giornalista della RAI lo avvicina prima della presentazione per chiedergli un’intervista lui non si tira indietro e parla disinvoltamente, come non lo avevo mai visto fare in precedenza. Nei mesi seguenti avrà modo di affinare queste capacità: dovrà rispondere alle tante domande dei giornalisti, ma anche di ragazzi come lui.

prima_pres_via_dalla_pazza_guerra_bisIn fondo alla grande sala, in cui tutti ascoltano le parole di Alidad e di Gina senza fiatare, Vincenzo ed io siamo soddisfatti di questo primo momento pubblico.

mag

30

Toni Capuozzo

Inserito da Antonio U. Riccò il 30 maggio 2007

(dal mio “Diario di un’accoglienza”)

A Merano è presente Toni Capuozzo, vicedirettore del TG5. Lo ha invitato a tenere una conferenza Roberto, che coordina l’Associazione cattolica “G. La Pira”. Roberto m’invita ad essere presente per poter parlare con Capuozzo, il quale, tra l’altro, è un profondo conoscitore dell’Afghanistan, paese che ha visitato recentemente. Purtroppo non mi è possibile assistere alla conferenza per un altro coincidente impegno lavorativo, ma mi accordo con Roberto di passare in tarda serata, insieme a Gina, dall’albergo in cui è ospitato Capuozzo.

Lo incontriamo sulla passeggiata che costeggia il Passirio. Insieme a noi ci sono altri meranesi, alcuni sono genitori attivi nel Consiglio d’Istituto, aderenti a “Comunione e Liberazione”. Anche loro seguono con intensa partecipazione la vicenda di Alidad. Seduto tra “Pax Christi” e “Comunione e Liberazione”, per così dire la sinistra e la destra del cattolicesimo italiano, ascolto i commenti di Capuozzo, ex redattore di “Lotta Continua” e ora giornalista delle televisioni berlusconiane. Sorrido, pensando che il nostro è davvero uno strano paese.

La conversazione si sposta, grazie a Roberto, sull’Afghanistan. Gina ed io abbiamo appena il tempo di affermare che Alidad è un giovane Hazara quando Toni Capuozzo ci interrompe. Vuole parlarci di questa minoranza etnica e religiosa. Tutto quello che dice sembra tratto dai racconti di Alidad. Ci parla delle origini mongole, che spiegano i tratti somatici degli Hazara; dei loro difficili rapporti con i sunniti Pashtuni, mentre loro sono sciiti; delle stragi compiute dai talebani nei loro confronti; del loro partito etnico, il “partito dell’unità” Hizb-e-Wahdat, e soprattutto del loro interesse per la cultura, testimoniata anche dalla tutela per centinaia d’anni delle famose statue di Buddha di Bamiyan. E poi afferma:

“Se voi chiedete a un giovane Hazara che cosa intende fare quando sarà adulto, non vi risponderà mai che vuol fare il contadino o l’artigiano. Vi dirà che vuol fare il medico o l’insegnante o l’avvocato.”

Gina ed io ci guardiamo raggianti, perché proprio diventare avvocato è l’aspirazione di Alidad.

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