Tra un romanzo e l'altro

guardando il mondo

giu

21

Corsi e ricorsi

Inserito da Antonio U. Riccò il 21 giugno 2010

Il telegiornale regionale del Lazio ha realizzato nei giorni scorsi un servizio sugli afgani accampati a Roma, nelle vicinanze della stazione Ostiense. Sembrava identico ad altri, realizzati negli ultimi cinque anni in quella zona: le stesse condizioni di precarietà dei profughi, generalmente giovani, in baracche di cartone e tende improvvisate; gli stessi volti spauriti e preoccupati.

Nulla è cambiato. Nonostante l’avvicendarsi delle amministrazioni comunali. Probabilmente non cambieranno nemmeno le promesse dei politici nazionali e comunali. Ci ripeteranno che si sta cercando una soluzione e che, quanto prima, questa penosa situazione avrà fine. Esattamente come hanno dichiarato ai media uno, tre o cinque anni fa.

Per un approfondimento: V. il sito http://clandestino.carta.org.

dic

05

Profugo a 9 anni

Inserito da Sandra Venturini il 05 dicembre 2009

Sandra Venturini, da Roma, scrive:

Domenica scorsa, quinta domenica di Novembre, alla Stazione Ostiense nessuno ha portato cibo la sera. La mensa per i rifugiati chiude il sabato e la domenica, per cui neanche a pranzo i ragazzi avevano mangiato niente. La serata era fredda ed erano molto affamati. Lo so, ve l’ho già raccontato tante volte, eppure questo fatto non può sembrarci una cosa normale. Tra di loro c’era un bambino di 9 anni, accompagnato dal fratello di …. 14 anni! Questi giovani spesso arrivano e ripartono nello spazio di pochi giorni, non parlano l’italiano e in genere neanche l’inglese, non hanno soldi, non conoscono la città, hanno quindi ben pochi strumenti per avventurarsi a cercare cibo presso le parrocchie o altri enti, come ci piace pensare che dovrebbero fare …

E’ vero, oltre 100 rifugiati afgani che vivevano in condizioni sub-umane dietro l’Air Terminal, sono stati trasferiti al centro della Croce Rossa a Castelnuovo di Porto. Il problema però non e’ risolto e continuerà a proporsi, come spiega l’articolo di AMISnet “Afgani di Ostiense: ancora nessuna soluzione definitiva“.

E a proposito dei posti allestiti dal Comune per l’emergenza freddo, il numero verde mi ha già risposto – come già in passato – che gli interessati devono chiamare il loro numero, ogni caso sarà valutato, telefonicamente, in base alla fragilità. “Tu sei giovane” e’ stato detto ad uno di loro che aveva chiamato (traduzione: tu resti fuori!).

Buone Notizie

Una famiglia afgana composta da padre, madre, due bambine di 4 e 11 anni, da circa un mese chiedeva posto nei centri di accoglienza. La mamma e le due bimbe avevano trovato temporaneo riparo in una struttura che offriva alloggio ma non il cibo. Il padre dormiva all’addiaccio. Finalmente sono stati accolti tutti insieme e avranno persino colazione e cena. Spero che la bimba grande possa presto andare a scuola.

Habib, ragazzo serio e di poche parole, cercava da tempo lavoro presso un parrucchiere, dopo aver fatto la terza media, un corso per parrucchiere e … alcune centinaia di tagli di capelli ai ragazzi afgani. Ma non sembrava aver fortuna, forse per il suo look non abbastanza frivolo. Per aiutarlo nell’impresa, gli abbiamo stampato dei biglietti da visita, quando glieli abbiamo dati era commosso, ma ci ha anche confessato che proprio quel giorno aveva trovato lavoro, finalmente.

Yunis, che aveva ottenuto l’asilo politico ed è andato in Finlandia a trovare la signora che in passato l’aveva ospitato a casa sua, ora in quel paese ha trovato una fidanzata e ci ha chiesto come fare per avere i documenti per sposarsi. Per fortuna l’Alto Commissariato per i Rifugiati ci ha spiegato cosa deve fare e … si può fare.

Khaled di cui già vi abbiamo detto che ha 19 anni e sta facendo la terza media, ha trovato lavoro come giardiniere un paio di volte a settimana, era quello che ci voleva per permettergli di andare avanti con gli studi. E per acquistare fiducia nella vita.

A volte un piccolo aiuto può fare la differenza: una divisa da pizzaiolo per Mohamed, altrimenti non avrebbe potuto frequentare il corso di pizzaiolo offertogli dalla Caritas; due biglietti della metro per Hamid che doveva andare ad una intervista per lavoro, andata a buon fine; una pentola per la famiglia afgana che in seguito ha chiesto, timidamente e giustamente, anche un colapasta.

Ho mandato ai ragazzi gli auguri per la festa di Eid Qorban il 27 Novembre, ho ricevuto tanti SMS da loro :

“Tanti grasie mama di cure. Hai scritto tutto bene, ti saluto abraccio, a presto mama”.

“Ciao buonsera come stai grazei per salotare anchi per auguri nostr. festa grazei tant. salota ora”

“ciao buonasera grasi mamma buonatale sono Reza

nov

15

A tutela degli afgani romani

Inserito da Antonio U. Riccò il 15 novembre 2009

Qualche giorno fa la situazione dei profughi afgani a Roma è parzialmente mutata. Lo segnala la Rete romana di sostegno e tutela ai profughi, rifugiati, richiedenti asilo afgani in un comunicato.

Coordinate dalla Croce Rossa si sono svolte il 12 novembre le operazioni di trasferimento dei profughi afgani, raccolti nell’area dell’air terminal Ostiense e accampati presso la ormai nota “buca”, portati al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma.

Si tratta di una soluzione tampone che non risolve il vuoto di misure di accoglienza che lo Stato italiano dovrebbe garantire a profughi e rifugiati. Il CARA è infatti una struttura per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Il fatto stesso che del trasferimento facciano parte molte persone cui è gia stato riconosciuto il diritto d’asilo parla di una soluzione di fortuna.

L’accordo raggiunto tra Comune di Roma, Croce Rossa e CARA prevede che i dati di chi verrà ospitato non verranno trasmessi alle questure, elemento questo necessario per garantire ai rifugiati di completare l’iter per il riconoscimento del diritto d’asilo e la soluzione di eventuali problemi di procedura senza incorrere in espulsioni o ulteriori trasferimenti privi di garanzie.

Allo stesso tempo l’allontanamento da Roma (il CARA è a 40 km dalla città) non deve in alcun modo gravare sulle quotidiane attività formative e lavorative dei rifugiati e che favoriscono la loro integrazione.

Una delegazione della rete di associazioni che si è attivata in solidarietà con i rifugiati afgani è entrata nel CARA allo scopo di verificare le condizioni e i tempi di permanenza nel centro (ancora non chiari) e la tutela dei diritti dei richiedenti asilo, in particolare per quanti hanno incontrato blocchi nelle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato.

Se in modo del tutto parziale e inadeguato il Comune di Roma è intervenuto per una soluzione temporanea per chi ha fatto richiesta di asilo o gli è gia stato riconosciuto lo status, il problema non è affatto risolto per chi non ha documenti e è in transito sul territorio romano verso altri paesi della Comunità Europea.

Chiediamo quindi con forza adeguate garanzie rispetto al fatto che non vengano effettuate operazioni di polizia nell’area di Ostiense, rastrellamenti e espulsioni, operazioni che denunciamo fin da ora essere illegittime e illegali essendo previsto dalla legge il dovere di accoglienza nei confronti di profughi.

Per questo annunciamo fin d’ora che l’attività di tutela e sostegno ai rifugiati afgani, qualunque sia il loro status, in transito o meno, proseguirà e sarà rafforzata se necessario da mobilitazioni che coinvolgeranno tutti quei singoli e associazioni che lottano contro la cultura razzista che il pacchetto sicurezza, recentemente approvato, amplifica.

Per il diritto alla libera circolazione e a un’accoglienza dignitosa!

Rete romana di sostegno e tutela ai profughi, rifugiati, richiedenti asilo afgani.

nov

04

Pagani chiude le porte

Inserito da Antonio U. Riccò il 04 novembre 2009

Sotto il titolo “Peggio dell’Inferno di Dante” la TAZ, quotidiano berlinese attento alle vicende dei profughi, ha dato notizia della chiusura del lager di Pagani, il centro di permanenza temporanea sull’isola di Lesbo, da parte del nuovo governo greco. In una corrispondenza di Christian Jakob si riferisce che gli ultimi 130 profughi reclusi sarebbero stati liberati e avrebbero avuto la possibilità di viaggiare gratuitamente sul traghetto per Atene.

Era stato il nuovo viceministro della Sicurezza pubblica, Spyros Vouyia, a definire qualche giorno fa “peggiore dell’inferno dantesco” il campo di Pagani voluto dalla precedente maggioranza di centrodestra. Scrive il quotidiano:

“Per anni i profughi arrivati in barca dalla Turchia sull’isola di Lesbo sono stati internati in ex capannoni industriali. Pensato per 200 persone, il centro era da tempo occupato da oltre 1.000. I profughi venivano trattenuti per mesi, come usuale in Grecia, con la motivazione ufficiale che ciò era richiesto dalle procedure di registrazione biometrica comunitaria Eurodac.”

Secondo la TAZ la chiusura del campo si deve anche alle proteste organizzate sul posto, dove in agosto circa 500 attivisti per i diritti umani avevano organizzato una tendopoli per richiamare l’attenzione dei media sulle condizioni di vita dei reclusi. Con successo, a quanto pare, vista la chiusura del centro di Pagani, anche se non sembra che la Grecia intenda modificare la prassi sino ad ora seguita, ma solo evitare condizioni di detenzione particolarmente inumane.

nov

02

Da leggere!

Inserito da Antonio U. Riccò il 02 novembre 2009

Un libro assolutamente da leggere è quello pubblicato da un giovane Hazarà, Hussain Nazari, ed edito da una piccola casa editrice torinese: s’intitola “Mi brucia il cuore!”. La sua storia è simile a quella di Alidad Shiri e di tanti altri ragazzi afgani.

Dall’ultima di copertina:

«Dell’Afganistan mi mancano gli anni Settanta. Ho nostalgia di una cosa che non ho vissuto…», e poi Hussain racconta invece quello che ha davvero vissuto; non tanto il viaggio per raggiungere l’Occidente, ma quello intrapreso nell’Afganistan del 2008, tra paura, sudore e polvere, per ritrovare dopo sette anni la madre e condurla al sicuro. mi_brucia_il_cuoreRacconta, e noi registriamo, come faceva Nuto Revelli rievocato da Luisa Passerini, chiamata a valutare il metodo e la lingua dell’oralità… Racconta a noi, come a lui gli anziani afgani narravano di un paese diverso in cui si poteva vivere. Bruciava il cuore a Hussain per quel paese che gli scorreva sotto gli occhi senza coincidere con la memoria e con quei racconti. Lo abbiamo conosciuto tramite i ragazzi afgani catapultati per la prima volta in una scuola pubblica italiana, il Ctp Saba di Torino, dove capitarono per acquisire i rudimenti della lingua italiana. Hanno affrontato guerra, viaggi sotto i camion o nelle stive; lavoro e carcere in Iran, Turchia, Grecia: lingue e razzismi diversi. Questo non affiora al primo incontro scolastico, è il retro del racconto di Hussain: essere insegnanti in un Ctp significa predisporsi umilmente all’ascolto di questi giovani senza cancellare i loro riferimenti: musica iraniana, calcio europeo, religione araba, cinema indiano… rimanendo Afgani, perché, anche senza notizie dal paese, sono vincolati ai racconti degli anziani o legati a fidanzate, promesse da bambini e raggiunte in videochat una volta alla settimana.

nov

01

Binario 15, Ostiense, Roma

Inserito da Antonio U. Riccò il 01 novembre 2009

Quello che segue è un testo di Marzia Coronati, la redattrice di Passpartù (Amisnet.org) che segue e racconta con grande sensibilità le storie dell’immigrazione che accadono ogni giorno intorno a noi. Vi si parla di quanto sta accadendo alla Stazione Ostiense:

(…) Abdullah è solo uno delle decine di profughi afgani che abita la stazione Ostiense e i suoi dintorni. La maggior parte, circa un centinaio, oggi vive in una tendopoli improvvisata in un gigantesco cantiere a poche decine di metri dalla stazione, si tratta di una vallata di fango e immondizia, dove con materiali di risulta i ragazzi si sono costruiti i loro giacigli. Lo scorso venerdi 23 ottobre i carabinieri hanno fatto irruzione nella tendopoli. Le ruspe non hanno buttato giu niente quel giorno, ma è stato dettato un ultimatum: andarsene entro dieci giorni. Otto persone sono state portate in caserma perche senza documenti; il minisindaco del muncipio XI, Andrea Catarci, è intervenuto per non fare espellere gli otto, che fortunatamente hanno potuto effettuare la richiesta di status di rifugiati.

L’undicesimo municipio ha avanzato una proposta che va oltre a quella del trasferimento nei centri di accoglienza presistenti, avanzata da qualcuno. Il municipio vorrebbe allestire un polo di accoglienza presso l’Air terminal, la gigantesca struttura alle spalle della stazione oggi abbandonata, ma la decisione spetta al Comune (…)

Qui potete leggere l’intero testo e anche ascoltare la registrazione della trasmissione radiofonica..

ott

31

Lettera al Sindaco

Inserito da Antonio U. Riccò il 31 ottobre 2009

In relazione al prossimo sgombero di cui vi ho scritto ieri, l’Associazione Medici per i Diritti Umani ha scritto questa lettera al Sindaco di Roma, Alemanno:

Egregio Signor Sindaco, gentile Assessore,

le drammatiche condizioni alloggiative ed igienico-sanitarie in cui vivono i rifugiati afgani presso la stazione Ostiense sono ben note da tempo e si protraggono ormai da anni senza che siano state individuate soluzioni di accoglienza dignitose e sostenibili nel tempo. Si tratta per lo più di giovani e adolescenti di nazionalità afgana, che fuggono da situazioni di violenza e di guerra ed hanno affrontato un viaggio lungo, difficile ed in alcuni tratti estremamente pericoloso per raggiungere il nostro Paese. Molti di loro sono richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria, persone che, quindi, soggiornano regolarmente nel nostro Paese ed hanno diritto ad un’assistenza sociale e sanitaria parificata a quella dei cittadini italiani.

Alla mancanza di qualsiasi tipo di rifugio che non siano l’asfalto, dei cartoni ed alcune coperte donate dalle associazioni, si aggiunge la presenza di una grande quantità di rifiuti e la totale mancanza di servizi igienici, con tutte le conseguenze immaginabili sul piano della salute individuale e collettiva. Nei mesi scorsi la nostra associazione – che da oltre tre anni porta assistenza socio-sanitaria ai rifugiati con un’unità mobile di medici ed operatori volontari – ha avuto l’opportunità di segnalare direttamente all’Assessore Belviso la gravità della situazione. Purtroppo, ad oggi, le misure adottate sono state eminentemente di ordine pubblico, cioè improvvise operazioni di sgombero realizzate dalle forze di pubblica sicurezza, con l’ausilio di mezzi meccanici. Tali operazioni, disposte senza la programmazione di una soluzione alternativa né a corto né a lungo termine, hanno causato solamente la perdita dei pochi e preziosi effetti personali dei rifugiati come ad esempio le coperte utilizzate per proteggersi durante la notte, la documentazione sanitaria ed i medicinali in loro possesso. Vi sono inoltre episodi di giovani afgani multati perché colpevoli, secondo quanto da loro testimoniato, di stazionare nei pressi della stazione ferroviaria o di cercare l’accesso ai bagni pubblici della stazione Ostiense. Queste persone quindi non solo non possono usufruire di standard di accoglienza accettabili ma oltretutto vengono in qualche modo punite per il fatto di trovarsi, senza colpa, in queste difficili condizioni.

Vogliamo inoltre ricordare che le associazioni impegnate sul terreno, tra cui Medici per i Diritti Umani, non si sono limitate a denunciare la situazione ma hanno formulato proposte concrete volte a fornire soluzioni di accoglienza adeguate agli standard richiesti e sostenibili nel tempo. Tra di esse ricordiamo l’istituzione presso la stazione Ostiense di punti di informazione e di un centro di prima accoglienza a bassa soglia oltre che a soluzioni abitative per i richiedenti asilo che coinvolgano in maniera solidale la cittadinanza.
E’ del resto del tutto evidente che non ci troviamo di fronte a una questione di decoro urbano ma piuttosto a un problema di civiltà dell’accoglienza. Riteniamo infatti che la civiltà di una città si misuri anche dalla capacità di accoglienza nei confronti delle persone più vulnerabili, a maggior ragione quando esse sono portatrici di diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione italiana come nel caso dei rifugiati e i richiedenti asilo.

Nella mattina di oggi 23 ottobre, le forze di pubblica sicurezza sono intervenute per un nuova operazione di bonifica ambientale presso un insediamento di profughi afgani situato nelle vicinanze della stazione Ostiense. Durante questa operazione erano presenti gli operatori della nostra associazione. Agli abitanti dell’insediamento sono stati dati dieci giorni per abbandonare le baracche improvvisate dopodiché verrà eseguito l’ennesimo sgombero senza che sia stata previamente individuata alcuna soluzione di accoglienza.
Signor Sindaco, gentile Assessore, è accettabile -oltre che efficace – continuare ad affrontare il problema con sgomberi e multe, il cui solo risultato è quello di spingere in situazioni sempre più degradanti persone la cui unica colpa è quella di essere state vittime delle guerra e di violazioni dei diritti fondamentali ?

Signor Sindaco, gentile Assessore, è possibile sperare che a Roma vengano finalmente adottate misure concrete e immediate per assicurare a giovani profughi, spesso poco più che bambini, condizioni di accoglienza rispettose della dignità umana ?

Associazione Medici per i Diritti Umani

ott

30

Ruspe sulla disperazione

Inserito da Antonio U. Riccò il 30 ottobre 2009

Tra qualche giorno un altro rifugio dei disperati non esisterà più. Le ruspe distruggeranno le baracchie improvvisate che gruppi di profughi hanno costruito nelle vicinanze della stazione Ostiense, a Roma.

sgombero_ostiense

Il 23 ottobre polizia e operai si sono presentati nello spiazzo in cui i profughi cercano ogni notte protezione dal freddo e dalla solitudine. Da quanto ho visto in un filmato dei Medici per i Diritti Umani, che hanno cercato di posticipare lo sgombero di una decina di giorni, tutti si sono comportati con correttezza e civiltà: gli afgani, che guardavano con tristezza le loro poche cose, i poliziotti, visibilmente a disagio nel dover applicare una legge che non tiene conto delle persone. Pare che la “ripulitura” dell’area sia stata effettivamente spostata di qualche giorno, così da poter cercare nel frattempo qualche alternativa. Ma non sembra che il Comune di Roma voglia fare la propria parte, purtroppo. Chiudere gli occhi e sperare che i profughi, così come sono venuti, si volatilizzino nel nulla: non vorremmo fosse questa la strategia degli amministratori capitolini.

Il filmato lo potete vedere su Youtube e anche in questa pagina del blog.

ott

28

L’ultimo pensiero

Inserito da Antonio U. Riccò il 28 ottobre 2009

Chissà a cosa pensavano, i bambini senza volto e senza nome travolti lunedì dalle onde dell’Egeo in burrasca. Forse pensavano all’incontro assurdo con quel mare assassino, visto per la prima volta dopo un viaggio che credevano non avrebbe avuto termine, un mare che avrebbe dovuto portare loro salvezza. O forse hanno pensato ai luoghi abbandonati mesi o anni prima, alle montagne dell’Afghanistan, alle loro povere case.

È anche possibile che in quei momenti a nulla abbiano pensato, solo a cercare di non essere inghiottiti da quell’acqua scura e distruttrice. O che abbiano cercato conforto in un Dio distante e incomprensibile nella sua volontà.

Ma posso ben immaginare che in quegli ultimi istanti abbiano pensato a noi, senza conoscerci, senza sapere il nostro nome. Sì, mi pare plausibile che – nel lottare per la sopravvivenza – abbiano rivolto un pensiero a noi che viviamo dall’altra parte della realtà. A noi – verrebbe da dire citando Primo Levi – che viviamo sicuri nelle nostre tepide case. Sarà stato un pensiero d’invidia? Oppure d’odio? Chissà…

Quel che è certo è che i cadaveri dei giovani profughi sono finiti sulla spiaggia delle nostre coscienze e qui reclamano attenzione, rispetto, pietà. Anche se non hanno un volto e non sapremo mai i loro nomi.

Il luogo della "disgrazia"

Lunedì scorso, nel breve tratto di mare che separa la Turchia dall’isola greca di Lesbo, una barca di profughi si è schiantata sugli scogli ed è affondata. Le autorità greche hanno parlato di otto morti accertati, tra i quali figurano cinque bambini, e un disperso. Altri profughi sono riusciti a raggiungere la costa.

ott

15

Corruzione e respingimenti

Inserito da Antonio U. Riccò il 15 ottobre 2009

Ci sono tanti modi per respingere chi cerca asilo e protezione o semplicemente – ma è un delitto? – un posto in cui vivere meglio. Lo si può fare pattugliando i mari e pescando i profughi sulle loro barche per poi riportarli nei porti dell’Africa settentrionale e affidarli alle carceri del dittatore libico: è, come sappiamo, il metodo Maroni. Oppure lo si può fare riportandoli in aereo direttamente nei paesi di provenienza quando i loro governi sono disponibili a confermare l’identità e la nazionalità dei rifugiati. In Germania è questa la via seguita. Normalmente però molti paesi d’origine non riconoscono coloro che chiedono asilo in Europa come loro cittadini e in questi casi la regola è il rispetto delle norme dello Stato di diritto.

Ma anche a nord delle Alpi sembra ci siano delle eccezioni. La storia che vi racconto oggi non sarà forse indicativa di una prassi diffusa, ma è certamente preoccupante.

Daniela Behrens, una deputata regionale del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) ha denunciato che le autorità preposte al rimpatrio di profughi avrebbero acquistato i documenti della Repubblica della Guinea necessari per l’identificazione e il rimpatrio coatto di alcuni profughi pagandoli 2.500 euro.

Daniela Behrens (SPD)

Daniela Behrens (SPD)

Behrens ritiene comprensibilmente che non si possa procedere al rimpatri di persone illegalmente soggiornanti in Germania: „La Guinea viene governata da una giunta militare - afferma - che l’Unione Europea non riconosce. Il Ministero degli Affari Esteri sconsiglia viaggi in Guinea e descrive la situazione dei diritti dell’umanità come precaria e limitata. Sopraffazioni e torture accadono sistematicamente. Perché dunque il governo regionale della Bassa Sassonia consente l’espulsione verso questi Paesi?

La domanda è lecita soprattutto considerando i retroscena che lei adombra: sembra che una delegazione di funzionari della Guinea abbia effettuato una missione in Germania, visitando parecchi uffici pubblici tedeschi preposti alla limitazione del fenomeno della clandestinità. In questo contesto la delegazione – dopo aver visto dei profughi – avrebbe proposto di rilasciare loro documenti di attestazione dell’identità e della cittadinanza così da permettere in rimpatrio. In cambio avrebbe richiesto il pagamento di somme in contanti.

Behrens non solo osserva che una simile prassi è inaccettabile perché di fatto favorisce la corruzione che in Guinea è certamente una piaga sociale molto rilevante, ma ricorda che il capo della delegazione africana sarebbe stato identificato da parte del Bundeskriminalamt, la massima autorità di polizia federale in Germania -addirittura come il capo di un’organizzazione di contrabbandieri di immigrati irregolari!

ott

14

La lotteria dell’asilo

Inserito da Antonio U. Riccò il 14 ottobre 2009

Quanti sono coloro che bussano alle porte dell’Europa occidentale e che chiedono asilo? L’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha fornito a fine settembre alcuni dati – riferiti al secondo trimestre 2009 – utili per inquadrare il fenomeno. I dati riguardano i dodici principali Paesi europei confrontati con questa problematica, tra cui due non comunitari (Svizzera e Norvegia).

I paesi in cui vengono presentate più domande sono nell’ordine i quattro maggiori (Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania) seguiti dalla Grecia (TAB 1). Come si può constatare la percentuale di domande accolte varia da percentuali superiori al 50% di quelle esaminate nel periodo di tempo considerato a percentuali ridicole. È più facile ottenere asilo politico in Polonia, in Austria o a Malta, mentre è praticamente impossibile in Grecia, fanalino di coda con circa l’1% (TAB2).

Va però tenuto presente che non sono i profughi a scegliere il Paese europeo in cui presentare domanda, bensì la Convenzione di Dublino, che definisce i criteri da seguire. Così l’ottenere o meno protezione dipende dal caso, dal Paese europeo raggiunto per primo.

TAB 1 - Fonte Eurostat

TAB 1 - Fonte Eurostat

TAB 2 - Fonte: Eurostat

TAB 2 - Fonte: Eurostat

ott

11

In baccaloppo per tutta la vita

Inserito da Sandra Venturini il 11 ottobre 2009

A Roma i rifugiati afghani arrivano e ripartono, in un’incessante ricerca di asilo e stabilità, con diversi livelli di bisogno che vanno dalle scarpe (tutti! sempre!) al cibo, alle coperte, a un posto letto, alle informazioni, ai documenti, ai biglietti di autobus e treno, per finire col lavoro che raramente si trova … allora ripartono, vanno a cercarlo in Germania e in Svezia, anche se hanno avuto i documenti per stare in Italia, così poi quei paesi li rispediscono qui e il girone infernale ricomincia. Ah quanto vorrei raccontarvi delle storie belle, magari se cerco bene in fondo al barile riesco pure a trovar qualcosa…

L’altro ieri per esempio, al pranzo che la Kyrios di Elisabeth porta il sabato ai ragazzi afgani che vivono in strada, ho distribuito loro i bicchieri di carta. I ragazzi aspettavano seduti e pazienti il proprio turno. Ho visto che ognuno di loro, erano circa 90, cercava un saluto, uno sguardo, un sorriso … Poveri figli, soli, con tanti problemi e lontani dai loro cari, ecco quello che volevano, non essere invisibili!

Quelli che stanno meglio

Loro ce l’hanno un posto per dormire, i documenti spesso sono in regola, e magari hanno un lavoro o qualche lavoretto. Questa è comunque la loro vita :

  • In generale fuori dal centro di accoglienza dalle 9 alle 18. Fuori alle 9 anche quando si lavora fino a notte. Fuori fino alle 18 anche quando ci si alza alle 5 e si lavora non-stop fino alle 15, o si fa il turno spezzato e non c’è dove andare tra le 13 e le 16.
  • Per Khaled, 19 anni, che ha trovato lavoro saltuario come ambulante e ogni tanto partiva per lavoro, fine del centro di accoglienza. “Cercati una stanza”, gli han detto, ma lui quando lavora – cioé al massimo 2 giorni a settimana – guadagna 20 euro al giorno….
  • Per alcuni il problema grosso è mangiare: Hussein, 19 anni, ha chiesto a decine di carrozzieri di prenderlo come apprendista, finché uno gli ha detto di sì. Un vero miracolo. Ma per ora non viene pagato, lui non ha un soldo per mangiare e questo è un grosso guaio. L’orario di lavoro è dalle 8 alle 19.30 circa, non c’è tempo per andare alla Caritas o al Centro Astalli. Speriamo che prima o poi gli diano qualche soldo o gli allunghino un panino!
  • Di Alì, 20 anni, vi ho già parlato, quest’anno mi ha promesso di fare la terza media, per fortuna intanto gli capita qualche lavoretto, noi l’abbiamo attrezzato con la tessera metrebus così da potersi muovere più rapidamente … a volte mi chiede consiglio, poi mi sorride e dice “faccio come tu mi dici”.

In conclusione

Questi ragazzi in generale sono volenterosi, miti e per bene. La gente e’ spesso diffidente nei loro confronti, pur senza averne mai incontrato uno! A mio marito, che ha chiesto al nostro amico Reza se gli sembrava che gli afghani assomigliassero agli italiani, lui ha risposto “No, assomigliamo di più ai filippini, perché siamo fedeli” … Penso voleva dire “fidati” …

E a noi che ci fidiamo di loro, regalano grandi gioie. Questa è una letterina ricevuta tempo fa:

“Gentile mia madre
domenica che è passat era il Guorno di mamma. che portroppo io non potuto salutar ti. Oggi ti faccio tanti auguri per quel giorno che è passat. questa è un piccolo (regalo) da me. Per mia madre. Sarai in baccaloppo (= in bocca al lupo) nel tutta la vita.
saluti
Nur

E anch’io vi ringrazio, vi saluto ed auguro a tutti in bocca al lupo,

Sandra

ott

08

C’è ancora un giudice a Berlino

Inserito da Antonio U. Riccò il 08 ottobre 2009

La notizia del giorno è che – a dirla usando le parole della leggenda del mugnaio di Sanssouci che si era rivolto a un giudice per avere giustizia contro il il re di Prussia, “c’è ancora un giudice a Berlino“. Lo so, state probabilmente pensando alla Corte Costituzionale che ieri ha messo la parola fine alle leggi ad personam. Ma io non vi parlo di questa sentenza, non oggi almeno.

Vi parlo del pronunciamento del Tribunale di Agrigento che dopo un interminabile processo ha mandato assolti Elias Birdel, Stefan Schimdt e Vladimir Daschkewitsch – rispettivamente il responsabile di un’organizzazione umanitaria tedesca, il capitano e il primo ufficiale della nave che portava lo stesso nome, Cap Anamur. Il Tribunale, respingendo le richieste della Procura, che aveva chiesto pene pesantissime (4 anni di carcere, 400.000 euro di multa), li ha assolti con la migliore motivazione possibile: ciò che hanno fatto non costituisce un reato.

Il reato che era loro stato attribuito e per il quale nel 2004 erano stati arrestati era quello di aver favorito l’immigrazione clandestina, soccorrendo in mare un barcone di profughi alla deriva e portandoli dopo un lungo braccio di ferro con e tra i governi italiano, maltese e tedesco, a Porto Empedocle. Era il 2004 e il clima politico in Italia era molto simile a quello che ha caratterizzato l’ultimo anno: al governo c’era Silvio Berlusconi e i leghisti dettavano legge senza rispetto di basilari principi di umanità. Forse era stato proprio questo clima a determinare l’iniziativa della Procura, che aveva destato sorpresa e scalpore in particolare in Germania.

Rupert Neudeck

Rupert Neudeck

Qui l’associazione Cap Anamur è una delle più stimate per quanto fa e ha fatto in parecchi decenni di attività, da quando nel 1979 Rupert Neudeck, sua moglie Christel e altri amici di fronte al dramma dei profughi che fuggivano dal Vietnam su barche improvvisate e poi erano preda dei pirati in mare aperto, decisero di agire. Neudeck e gli altri fondarono il comitato “Una nave per il Vietnam“, noleggiarono un mercantile, la nave “Cap Anamur” e iniziarono un lavoro umanitario che si è poi esteso a molti altri paesi del mondo, dall’Uganda all’Afghanistan. Ovvio dunque che le reazioni dell’opinione pubblica qui in Germania siano oggi di sollievo e apprezzamento per la sentenza. Altrettanto logico che i veri responsabili di questo assurdo processo vengano chiamati con il loro nome. Scrive Pro Asyl in un proprio comunicato del 7 ottobre:

“Sul banco degli imputati dovrebbe sedere la politica di disprezzo dei diritti umani del governo Berlusconi nei confronti dei profughi, nota internazionalmente come “push-back-policy”. La guardia costiera italiana riporta dall’inizio di maggio del 2009 in acque internazionali le barche dei profughi e le spinge verso la Libia; là dove a più di un migliaio di profughi non vengono riconosciuti i diritti umani; là dove vengono trattenuti in prigioni lager, spesso gravemente maltrattati, abbandonati nel deserto o espulsi.”

ott

02

Per non dimenticarci di noi stessi

Inserito da Antonio U. Riccò il 02 ottobre 2009

Con una lettera indirizzata ai responsabili della politica governativa tedesca dei prossimi anni (la Cancelliera Angela Merkel e i leader dei liberali e dei cristianosociali bavaresi, Guido Westerwelle e Horst Seehofer), Pro Asyl, l’associazione umanitaria tedesca, ha lanciato un’iniziativa di sensibilizzazione sul tema dei profughi.

Il logo della campagna di Pro Asyl

Il logo della campagna di Pro Asyl

La lettera, che è disponibile sul sito dell’organizzazione e che può essere spedita direttamente ai tre esponenti politici, rivolge loro un appello affinché si impegnino a favore di un sostanziale miglioramento della protezione dei profughi in Germania e in Europa.

Adesso il diritto di permanenza – La presenza di oltre 60.000 persone, in Germania da oltre sei anni, è solo tollerata e loro vivono sempre con la paura di essere espulse. Altre 30 mila dispongono di un diritto di soggiorno in prova, che alla fine del 2009 minaccia di trasformarsi in un ritorno nell’incerto status precedente. Il nuovo governo federale deve agire. Noi chiediamo che chi vive qui da molto tempo abbia la possibilità di restare!

L’Europa deve proteggere i profughi – Migliaia di loro muoiono ai confini dell’Europa, vengono respinti in modo contrario al diritto internazionale o incarcerati inumanamente. La Germania scarica la responsabilità sugli stati alle frontiere dell’UE. Noi ci aspettiamo più solidarietà nell’accoglienza ai profughi tra i Paesi comunitari, più umanità nei confronti di coloro che cercano protezione. Gli standard di protezione del diritto internazionale devono essere rispettati.

Io sostengo le richieste di Pro Asyl. Chi dimentica i diritti dell’umanità dimentica se stesso.

set

23

Giungla, selvaggi e cosmesi

Inserito da Antonio U. Riccò il 23 settembre 2009

La polizia francese ha sgomberato un campo profughi improvvisato, definito “la giungla”, che si trovava nei pressi di Calais. 276 immigrati illegali, di cui ben 135 giovanissimi, sono stati arrestati.

Un profugo a Calais

Un profugo a Calais

Erano le 7.30 quando circa 500 poliziotti sono entrati nel campo senza trovare particolare resistenza da parte dei profughi, provenienti per la maggior parte dall’Afghanistan, ma solo qualche striscione con cui si chiedevano “pace e asilo politico” e si spiegava che il campo dava protezione e alloggio a chi altrimenti non lo avrebbe avuto. “Nella giungla ci sentiamo a casa” – diceva ironicamente uno dei cartelli. Il campo era il più grande esistente nel Nord della Francia da quando nel 2002 era stato chiuso – tra le polemiche e le proteste – quello semiufficiale gestito dalla Croce Rossa francese. Molti dei profughi stavano attendendo da mesi di poter salire clandestinamente su un tir diretto in Gran Bretagna.

Anche nella civilissima Francia si risponde, dunque, con provvedimenti di sicurezza pubblica a un problema che ha cause politiche e sociali evidenti. Il Ministro dell’Immigrazione, Besson, ha dichiarato che lo sgombero è stato disposto per ribadire che anche sulla costa francese non vale la “legge della giungla”. Ma i selvaggi, come sappiamo, spesso non vivono nella giungla.

Anche il Corriere della Sera ha dato notizia dello sgombero e ha proposto in rete un proprio filmato che si può vedere a questa pagina web

A mio parere non si tratta di un’operazione di recupero della legalità, come si è voluto far credere, ma di pura cosmesi politica: dare la sensazione di risolvere un problema senza curarlo alle radici, imprigionare i profughi e lasciar scappare i trafficanti che speculano su di loro, distruggere le baracche e chiudere gli occhi di fronte al bisogno di tanti. Come a Patrasso, come sulle navi militari italiane nel Mediterraneo.

set

19

Bambini sull’oceano

Inserito da Antonio U. Riccò il 19 settembre 2009

Non so se abbiate letto la notizia d’agenzia, riportata da vari quotidiani nei giorni scorsi, che parlava dell’ennesimo arrivo di disperati. Se vi è sfuggita, ve la ripropongo oggi perché credo sia una pietra miliare nella storia – tutt’altro che finita – dei profughi che dall’Africa cercano d’arrivare in Europa.

Dal Marocco alla Spagna

Dal Marocco alla Spagna

L’obiettivo questa volta non era l’Italia, ma la Spagna. Tra l’isolotto spagnolo de las Palomas, posto di fronte alla cittadina di Tarifa, e il Marocco ci sono poco più di otto miglia nautiche (meno di 16 km). Poche miglia di viaggio ma ad alto rischio se effettuate su un gommone – poco più d’un giocattolo scrive la stampa spagnola – e da parte di un gruppo di bambini: cinque di loro hanno tra i 10 e gli 11 anni, il maggiore non più di 16.

Scrivono sempre i giornali spagnoli che si tratterebbe del primo arrivo in Spagna di profughi solo minorenni, che ora si trovano nel centro di accoglienza Nuestra Señora de El Cobre de Algeciras e sono in buono stato di salute. Non sembra si sia trattato d’un gioco, ma di un deliberato tentativo d’immigrazione clandestina. Non si sa, invece, se i ragazzi abbiano deciso di tentare la fortuna autonomamente o con il consenso delle loro famiglie.

Quello che si sa è che la disperazione dei profughi ha già motivato molti ad affidarsi al mare aperto con natanti improvvisati: in passato la Guardia Civil ha tratto in saldo profughi africani su zattere costruite con pneumatici di camion, piccoli gommoni, moto d’acqua, pedalò e persino tavole da surf.

set

12

Due mesi dopo

Inserito da Antonio U. Riccò il 12 settembre 2009

Esattamente due mesi fa, il 12 luglio, la polizia greca distruggeva la baraccopoli dei profughi di Patrasso. Vorrei ricordare quello che per circa 10 anni è stato il rifugio di migliaia di afgani proponendovi le stupende immagini scattate da un gruppo di fotografi (Salinia Stroux, Ioana Katsarou, Giorgos Poutachidis e Nassim Mohammadi – del gruppo FotofraxiaJuma Khan Karimi e Georgos Moutafis) che hanno documentato con grande sensibilità la vita quotidiana nel campo.

Il reportage fotografico, pubblicato sul sito Fortresseurope è visibile a questo indirizzo.

Vi consiglio di guardare con attenzione le oltre 180 fotografie. Osservate i volti di questi ragazzi afgani e riconoscerete presto nei loro sguardi tristi un carattere comune: non vi leggerete speranza, ma asuefatta disperazione. È lo stesso sguardo rassegnato dei profughi filmati da Renato Pugina (TV Svizzera) sulle scale di accesso al campo Druso, a Bolzano. Sono gli stessi interrogativi che non trovano risposta che avevo letto negli occhi dei giovani hazara, pashtuni o tagiki filmati da Nico Piro (TG3) e da Alfredo Macchi (TG4) durante i loro servizi da Patrasso.

Le fotografie che vedrete sono accompagnate da brevi commenti in italiano e da alcune citazioni dei profughi. Eccone alcune sulle quali riflettere:

“La cosa peggiore non è la violenza subila dalla polizia greca, ma che ci trattano come se fossimo degli animali. Quando ci arrestano mettono dei guanti anche quando devono solo controllare gli oggetti e i documenti che abbiamo in possesso e poi li buttano nella spazzatura, un po’ come fanno con noi: usa e getta.”

“Viviamo in edifici in corso di costruzione, per strada, in baracche. Aspettiamo, vogliamo vedere cosa ne sarà di noi. Se la polizia viene o meno. Se vengono a demolire il campo o meno. Noi che viviamo qui non abbiamo altra soluzione. È così. La nostra vita purtroppo è così.”

“Chi viene a Patrasso viene per il porto, per i tir, per il traghetto che lo porterà in Italia o alla morte. Ogni minuto del giorno è pieno di attese, di rischi, di speranze di farcela. Ogni giorno scavalchiamo i cancelli del porto per salire su qualche tir.”

“Tutti i giorni e tutte le sere cerchiamo di nasconderci nei tir che partono per l’Italia. La gente qui si lamenta che siamo sporchi e trattengono il respiro quando ci avviciniamo. Ma noi non possiamo attraversare i confini con giacca e cravatta.”

“Vivere in Grecia è come restare su una barca senza remi.”

“Non so dove vorrei andare. Non c’è un Paese europeo dove preferisco andare. Abbiamo voltato le spalle ai nostri paesi perché non possiamo vivere là, non c’è futuro per noi. Ed è per questo che siamo diventati profughi. Vogliamo solo trovare un posto dove si può vivere come esseri umani, con dignità.Qui per noi l’unica regola che c’è e quella della giungla.”

“Devo partire, devo andare avanti, ogni giorno che mi fermo in Grecia è per me solo un passo indietro.”

“Per la gente di patrasso non siamo altro che un problema. Ma noi non sappiamo come smettere di esserne uno.”

“Siamo come le palline che rotolano sulla superficie di questa terra, da un paese all’altro senza conoscere se, dove e quando ci fermiamo.”

“Non ci fanno venire, non ci fanno restare, non ci fanno partire.”

A due mesi dalla distruzione del campo che ne è dei profughi? Dove si sono nascosti in attesa di trovare altre vie di fuga? Perchè un fatto è certo: la distruzione del campo non coincide con la soluzione del problema umano e sociale dei disperati che vi vivevano. Non solo, ma nel frattempo altri giovani profughi, non solo afgani, sono arrivati in Grecia dalla Turchia, alla ricerca di una via per raggiungere altri paesi europei.

ago

31

Parole senza senso

Inserito da Antonio U. Riccò il 31 agosto 2009

Il sito web della Polizia di Stato riporta le indicazioni utili per chi intende presentare la richiesta di asilo politico:

“In base alla Convenzione di Ginevra, la richiesta di asilo politico può essere presentata dal cittadino straniero all’ufficio di polizia di frontiera, al momento dell’ingresso in Italia. Diversamente è possibile fare domanda direttamente all’Ufficio immigrazione della Questura. Dopo il fotosegnalamento, la domanda viene inoltrata alla competente Commissione Territoriale, che dovrà valutare il riconoscimento dello status di rifugiato.”

Queste frasi non hanno alcun significato concreto. Quanto meno non lo hanno avuto per i 75 profughi, tra cui 15 donne e tre minorenni, respinti ieri in mare aperto prima di poter raggiungere le coste italiane. Secondo La Stampa di Torino “gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d’Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d’asilo” e sarebbero stati immediatamente riportati quasi tutti in Libia.

Queste persone erano nelle condizioni giuridiche di chiedere asilo e probabilmente avrebbero avuto i requisiti per ottenerlo, ma erano nell’impossibilità pratica di farlo. Sono stati respinti ancor prima di poter bussare alle nostre porte grazie all’accordo stipulato tra l’ex terrorista Gheddafi e l’ex piduista Berlusconi.

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Che vergogna per l’Italia! Nella nostra storia moltissimi italiani hanno chiesto e ottenuto asilo in altri Paesi: da Dante a Garibaldi e Mazzini, dai fratelli Rosselli a don Sturzo per citarne solo alcuni. Eppure il nostro Paese non riesce nemmeno ad applicare le norme internazionali sul diritto d’asilo cui ha aderito formalmente né quelle della propria Costituzione.

La Convenzione di Ginevra del 1951 stabilisce infatti che ha diritto all’asilo chi scappa per il “giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua apparte­nenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche“. E anche l’articolo 10 della Costituzione è chiaro: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzio­ne italiana ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge“.

Parole chiarissime, ma per il nostro Governo sono evidentemente soltanto parole senza senso.

ago

28

Distruggere il televisore

Inserito da Antonio U. Riccò il 28 agosto 2009

Nella mattinata del 29 agosto di vent’anni fa si riuniva l’Ufficio politico del partito al potere nella Germania Orientale. All’ordine del giorno figurava soprattutto un problema: come uscire salvando la faccia dalla crisi causata dai moltissimi profughi che avevano trovato provvisorio asilo in alcune ambasciate occidentali in Ungheria, Cecoslovacchia e nella stessa Berlino Est. Erich Honecker non era presente a causa della grave malattia che lo aveva colpito nelle ultime settimane. Lo sostituiva Günter Mittag che pare abbia detto questa frase, indicatore del nervosismo che regnava nei palazzi del potere della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, che di democratico aveva davvero molto poco:

“Anch’io alcune volte desidero distruggere il televisore, ma non servirebbe a nulla.”

Günter Mittag con il politico bavarese Franz-Josef Strauss

Günter Mittag con il politico bavarese Franz-Josef Strauss

Aveva cercato di spiegare ai membri dell’Ufficio politico la sua visione dei fatti, partendo da quella che aveva definito “la cosa d’Ungheria”, cioè l’iniziativa adottata da esponenti del governo ungherese in collaborazione con politici occidentali per favorire il superamento della frontiera da parte di centinaia di profughi.

“La cosa d’Ungheria non è stata organizzata casualmente. È un attacco portato nel punto più debole per gettare discredito sulla DDR. Il compagno Mielke (NdT: Ministro della Sicurezza statale) potrebbe raccontarvi per un’ora o più quali mezzi sono stati impiegati. E poi ci sono i “reportage dal fronte” dell’avversario, come li abbiamo giustamente definiti. Dobbiamo mostrare i principali punti di debolezza dell’imperialismo. Dobbiamo smascherare dove cerca di togliere terreno sotto i piedi del socialismo. Ma la nostra linea fondamentale è: lo facciamo in modo sovrano e non rispondiamo colpo su colpo. È un approccio che si è rivelato valido. Dobbiamo riflettere su quali argomentazioni sviluppare.”

ago

26

I fatti senza commenti

Inserito da Antonio U. Riccò il 26 agosto 2009

Ezio Mauro oggi non ha cambiato mestiere, come forse vorrebbero i suoi detrattori, ma ha certamente cambiato ruolo. Il direttore di Repubblica, che scrive normalmente ottimi editoriali in cui presenta ai lettori le riflessioni del suo giornale sui fatti importanti che interessano il nostro paese, ha lasciato i panni del commentatore politico e si è messo quelli del cronista, di chi racconta ciò che è accaduto, i fatti nudi e crudi. Ho letto e riletto con stupore stamattina la sua firma sotto l’articolo intitolato Un anno, 4 mesi e 21 giorni viaggio dalla morte all’Italia e inizialmente pensavo ad un errore, ma non era così. Davvero il direttore di Repubblica ha cambiato ruolo, almeno oggi.

L’articolo merita d’esser letto e per questo ve lo segnalo. Non c’è una riga di commento, Mauro non esprime alcuna opinione. I fatti che racconta nel reportage parlano da soli.

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