Tra un romanzo e l'altro

guardando il mondo

feb

08

Storie afgane

Inserito da Sandra Venturini il 08 febbraio 2010

“La cosa che mi spaventava di più era la paura di essere ucciso o derubato, quando sono tornato a Milano, quasi quasi volevo andare in chiesa ad accendere due candele, perché sono tornato vivo. Non sono cattolico, ma era per l’emozione, ero contentissimo, non ero contento di essere andato nel mio paese, ero contento di essere tornato in Italia. Ho incontrato persone che sparavano, proprio che sparavano!”

Da “Mi brucia il cuore! Viaggio di un Hazara in Afganistan, e ritorno” di Hussain Nazari.
Nato a Kabul nel 1990, in Italia dal 2006, Hussain nel 2008 è andato in Afganistan a cercare sua madre.

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L’Afghanistan nel 2009 e’ al penultimo posto al mondo nell’indice di sviluppo umano, che vuol dire qualità della vita. Eppoi ci sono la guerra, le bombe, le mine e i talebani. Per questo scappano. Per questo arrivano qui e spesso hanno alle spalle storie di sofferenze troppo grandi per ragazzi tanto giovani.

Soli al mondo

Anche lui si chiama Hussain, ha 19 anni e ha perso suo padre quando ne aveva 12. E’ poi fuggito con sua madre in Iran, lì lavoravano in un allevamento di polli, li ammazzavano di notte. Durante il viaggio per raggiungere l’Italia due anni fa, ha perso il numero telefonico di contatto con sua madre, che in Iran essendo clandestina deve spostarsi sempre, ritrovarla non é stato più possibile ….

Di lui vi avevo raccontato che un carrozziere a Roma lo aveva preso a lavorare, al nero però, un giorno si è fatto un taglio a una mano, allora l’han mandato via. Per fortuna gli han dato i soldi di un mese di lavoro da apprendista. Dopo un bel po’ di delusione, ora ha iniziato un corso di aiuto cuoco. C’è voluta perfino un’apposita divisa, con tanto di cappello e scarpe bianche.

Un po’ di fortuna!

Anche Khaled, 19 anni, ha perso i contatti con qualsiasi familiare … Eppure ora gli é capitata una bella fortuna: ha trovato una bravissima zia italiana che lo aiuta con lavoro e tabelline, sì perché Khaled deve fare gli esami di Terza Media e gli servono ripetizioni ….

E un’altra zia l’ha trovata Alì, una generosa scrittrice italiana che nonostante i propri impegni fa ripetizione di italiano e geografia a lui e a Khaled, sempre in vista della licenza media. E si preoccupa di promuovere Alì nel suo quartiere affinché trovi lavoro ….

Yunis, 23 anni, anche lui solo al mondo ma ora fidanzato in Finlandia, e’ venuto in Italia per ottenere il nulla osta al matrimonio. Se sei rifugiato non puoi avere i certificati dall’anagrafe o dall’ambasciata, servono altri documenti. Gli ho detto che poteva stare da me quando veniva a Roma, l’ho incoraggiato quando doveva andare in qualche ufficio e credeva che a lui non avrebbero dato retta. E’ andato tutto bene, e’ ripartito col nulla osta e tutti i timbri che servivano!

Molti non sanno

Che ci sono ragazzi afghani che a Roma vivono all’addiaccio, che li ho trovati a dormire con delle tendine leggere, senza riparo e in mezzo alle pozzanghere, che in confronto una situazione come a Rosarno era di lusso … Non so cosa si possa fare per loro di questi tempi, ma almeno non considerarlo normale …

nov

17

Storia di Ishat

Inserito da Sandra Venturini il 17 novembre 2009

Son finite nelle acque del mare Egeo, tra Grecia e Turchia, le giovani vite di otto profughi afgani, tra loro cinque i bambini… Come ha scritto Antonio nell’articolo L’ultimo pensiero, “…sono finiti sulla spiaggia delle nostre coscienze e qui reclamano attenzione, rispetto, pietà.

Altri invece ce l’han fatta ad arrivare fin qui, ma spesso non hanno trovato che il deserto dell’indifferenza, l’ostilità dell’ignoranza, il razzismo della disiniformazione. “Sono così carini!” mi ha detto una giornalista che e’ venuta ad intervistarli alla Stazione Ostiense “se solo la gente si rendesse conto della situazione terrificante da cui sono fuggiti …“. Assuefatta al linguaggio dei mass media, la gente comune li identifica piuttosto coi talebani, senza rendersi conto che dai talebani loro sono fuggiti, per non essere uccisi, per non essere arruolati a forza, per continuare ad essere vivi e avere, magari, un futuro.

Noi che abbiamo il piacere di conoscere bene alcuni di questi ragazzi, restiamo affascinati dalla loro particolare gentilezza … Come possono dei ragazzi partiti da casa ancora bambini, conservare un’educazione e delle maniere così squisite? La loro antichissima cultura evidentemente vive in loro, anche quando per le circostanze della vita sono praticamente analfabeti. Vi racconto di uno di loro.

Storia di Ishat

L’ho conosciuto al freddo della Stazione Ostiense nel gennaio del 2008, aveva circa 15 anni. Non parlava una parola di inglese né di italiano. Ma voleva restare in Italia e mi ha chiesto aiuto per essere accolto come minore. Purtroppo, è stato spedito in un istituto isolato in provincia di Latina, una specie di casa di correzione, la scuola a un’ora e mezzo di cammino, il cibo scarso, la frutta mai, persino la doccia veniva concessa con difficoltà. Ishat voleva scappare, per fortuna aveva un cellulare, andavo spesso a cercare qualche ragazzo afgano che nella sua lingua lo convincesse a pazientare. E finalmente, dopo tre mesi, è stato ricondotto a Roma, ora vive in un buon centro per minori, parla e scrive bene in Italiano (ma non sa scrivere in darì, la sua lingua madre!), ha preso la licenza di scuola media e gli piacerebbe studiare.

In Afganistan, Ishat aveva frequentato un anno di scuola in tutto. In seguito a gravi minacce alla sua famiglia (di etnia hazara), suo padre aveva deciso che dovevano scappare. A Kandahar si sono separati, la madre e il padre in fuga verso il Pakistan, Ishat e il fratellino affidati a qualcuno che li ha portati in Iran. Da allora, Ishat non ha mai più avuto notizie dei suoi genitori. In Iran è rimasto più di un anno, lavorava come muratore, gli facevano persino guidare la macchina per trasportare i materiali, aveva più o meno 13 anni. Del lungo viaggio attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia, ricorda la paura di essere ributtato sulle montagne ai confini tra Iran e Turchia, dove uomini feroci avevano fama di sequestrare i viandanti e chiedere riscatti, tagliando a buon bisogno persino un dito o un orecchio. Suo fratello più piccolo è ancora in Iran. Ishat non vuole assolutamente che affronti il viaggio che lui ha fatto, “è troppo pericoloso” dice.

Ora Ishat ha 17 anni, il suo tempo stringe, deve raggiungere qualcosa prima della maggiore età, quando dovrà lasciare il centro. Così gli hanno trovato un lavoro di apprendista pasticciere, prende ben 5 mezzi per arrivare al lavoro e impiega 2 ore e mezza per ogni viaggio … Questa parte della storia e’ iniziata alcuni giorni fa, speriamo che questo dolcissimo ragazzo se la cavi!

ott

11

In baccaloppo per tutta la vita

Inserito da Sandra Venturini il 11 ottobre 2009

A Roma i rifugiati afghani arrivano e ripartono, in un’incessante ricerca di asilo e stabilità, con diversi livelli di bisogno che vanno dalle scarpe (tutti! sempre!) al cibo, alle coperte, a un posto letto, alle informazioni, ai documenti, ai biglietti di autobus e treno, per finire col lavoro che raramente si trova … allora ripartono, vanno a cercarlo in Germania e in Svezia, anche se hanno avuto i documenti per stare in Italia, così poi quei paesi li rispediscono qui e il girone infernale ricomincia. Ah quanto vorrei raccontarvi delle storie belle, magari se cerco bene in fondo al barile riesco pure a trovar qualcosa…

L’altro ieri per esempio, al pranzo che la Kyrios di Elisabeth porta il sabato ai ragazzi afgani che vivono in strada, ho distribuito loro i bicchieri di carta. I ragazzi aspettavano seduti e pazienti il proprio turno. Ho visto che ognuno di loro, erano circa 90, cercava un saluto, uno sguardo, un sorriso … Poveri figli, soli, con tanti problemi e lontani dai loro cari, ecco quello che volevano, non essere invisibili!

Quelli che stanno meglio

Loro ce l’hanno un posto per dormire, i documenti spesso sono in regola, e magari hanno un lavoro o qualche lavoretto. Questa è comunque la loro vita :

  • In generale fuori dal centro di accoglienza dalle 9 alle 18. Fuori alle 9 anche quando si lavora fino a notte. Fuori fino alle 18 anche quando ci si alza alle 5 e si lavora non-stop fino alle 15, o si fa il turno spezzato e non c’è dove andare tra le 13 e le 16.
  • Per Khaled, 19 anni, che ha trovato lavoro saltuario come ambulante e ogni tanto partiva per lavoro, fine del centro di accoglienza. “Cercati una stanza”, gli han detto, ma lui quando lavora – cioé al massimo 2 giorni a settimana – guadagna 20 euro al giorno….
  • Per alcuni il problema grosso è mangiare: Hussein, 19 anni, ha chiesto a decine di carrozzieri di prenderlo come apprendista, finché uno gli ha detto di sì. Un vero miracolo. Ma per ora non viene pagato, lui non ha un soldo per mangiare e questo è un grosso guaio. L’orario di lavoro è dalle 8 alle 19.30 circa, non c’è tempo per andare alla Caritas o al Centro Astalli. Speriamo che prima o poi gli diano qualche soldo o gli allunghino un panino!
  • Di Alì, 20 anni, vi ho già parlato, quest’anno mi ha promesso di fare la terza media, per fortuna intanto gli capita qualche lavoretto, noi l’abbiamo attrezzato con la tessera metrebus così da potersi muovere più rapidamente … a volte mi chiede consiglio, poi mi sorride e dice “faccio come tu mi dici”.

In conclusione

Questi ragazzi in generale sono volenterosi, miti e per bene. La gente e’ spesso diffidente nei loro confronti, pur senza averne mai incontrato uno! A mio marito, che ha chiesto al nostro amico Reza se gli sembrava che gli afghani assomigliassero agli italiani, lui ha risposto “No, assomigliamo di più ai filippini, perché siamo fedeli” … Penso voleva dire “fidati” …

E a noi che ci fidiamo di loro, regalano grandi gioie. Questa è una letterina ricevuta tempo fa:

“Gentile mia madre
domenica che è passat era il Guorno di mamma. che portroppo io non potuto salutar ti. Oggi ti faccio tanti auguri per quel giorno che è passat. questa è un piccolo (regalo) da me. Per mia madre. Sarai in baccaloppo (= in bocca al lupo) nel tutta la vita.
saluti
Nur

E anch’io vi ringrazio, vi saluto ed auguro a tutti in bocca al lupo,

Sandra

set

03

Ragazzi afgani a Roma (4/4)

Inserito da Sandra Venturini il 03 settembre 2009

Le notizie che vi propongo nei quattro articoli intitolati Ragazzi afgani a Roma descrivono la situazione al dicembre 2008. Ve le offro anche se sono in parte superate dai fatti – e non sempre i fatti nuovi sono positivi! – perché possono aiutare a conoscere meglio la situazione dei profughi e soprattutto perché molte necessità di cui si parla nell’articolo sussistono ancora.

Sandra

Cosa serve

  1. Vestiario. Il ricambio di persone è continuo e i bisogni di vestiario non hanno mai fine. I ragazzi appena arrivati non sanno dove potrebbero procurarsi vestiti, arrivano laceri, con una maglietta e al massimo una misera felpa, senza calze, con vestiti ormai luridi. Per non parlare delle scarpe, sempre sfondate e bucate.
    Servono sempre calze, sciarpe, cappelli di lana, guanti, felpe, giacconi, jeans, scarpe. Sulle bancarelle si trovano cose a pochissimo prezzo (0.50 x le calze, 2-3E x un cappellino, 3E per una felpa, 5-7-10E per un giaccone etc.)
  2. Coperte. Le coperte sono sempre preziosissime. Ultimamente, ogni tanto ho portato quelle di pile, costano molto poco (dai 4 agli 8 Euro), spero siano calde.
  3. Trasporto. Per andare alla mensa e al centro diurno bisogna prendere l’autobus, ma i controlli non hanno pietà, i ragazzi vengono multati, si spaventano molto non sapendo come fare a pagare e subiscono un’assurda umiliazione. Ogni mese regaliamo qualche abbonamento ma, non essendoci sconti per i rifugiati, 30E è davvero tanto … Servono abbonamenti e biglietti, almeno per quando devono assolutamente prendere la Metro (per esempio per andare in Questura a Rebibbia). A volte hanno anche bisogno di biglietti di treno, per il rinnovo dei permessi.
  4. Telefono. Servono ricariche per poter cercare lavoro. È anche molto importante poter mantenere i contatti, senza un soldo non è possibile avere notizie dei familiari e delle persone care.
  5. Cibo. Il fine settimana o quando possiamo, integriamo il cibo di altre associazioni con, per esempio, fette biscottate, biscotti, barrette di cereali, frutta secca, cioccolato.
  6. Igiene. Alla Chiesa Anglicana danno con parsimonia uno spruzzo di schiuma da barba, una lametta, una goccia di dopobarba, etc. Servono sempre lamette, schiuma da barba, sapone, fazzoletti di carta. A loro piacerebbe molto anche il gel ma mi è stato chiesto di non comprarlo altrimenti si abituano …

set

01

Ragazzi afgani a Roma (3/4)

Inserito da Sandra Venturini il 01 settembre 2009

Le notizie che vi propongo nei quattro articoli intitolati Ragazzi afgani a Roma descrivono la situazione al dicembre 2008. Ve le offro anche se sono in parte superate dai fatti – e non sempre i fatti nuovi sono positivi! – perché possono aiutare a conoscere meglio la situazione dei profughi e soprattutto perché molte necessità di cui si parla nell’articolo sussistono ancora.

Sandra

I ragazzi dei Centri di Accoglienza

Indubbiamente stanno meglio, hanno un tetto ed un letto. Eppure, anche loro hanno bisogno di tante cose, soprattutto di sostegno morale, incoraggiamento e … svago. Spesso hanno perso qualsiasi contatto con la famiglia, e questo nel caso dei minori è particolarmente drammatico. Oppure, quando hanno il permesso di soggiorno, sono assillati dall’urgenza di trovare lavoro perchè a casa hanno fratelli minori, madri o sorelle senza alcun sostentamento. Però non hanno i soldi per fare telefonate di lavoro e per spostarsi, non hanno contatti di alcun tipo con la nostra realtà e, dulcis in fundo, spesso viene loro rifiutato un lavoro solo perché sono afgani e quindi, automaticamente, definiti “talebani”. Anche quando dai talebani le loro famiglie sono state sterminate.

Per distrarli da tanti problemi, a volte abbiamo portato qualcuno di loro al cinema o a qualche mostra, ultimamente siamo anche andati con dei minori allo zoo.

Quella giornata un pò speciale ha reso felici loro e noi. Finalmente i loro occhi tornavano a brillare!

(…continua…)

ago

30

Ragazzi afgani a Roma (2/4)

Inserito da Sandra Venturini il 30 agosto 2009

Le notizie che vi propongo nei quattro articoli intitolati Ragazzi afgani a Roma descrivono la situazione al dicembre 2008. Ve le offro anche se sono in parte superate dai fatti – e non sempre i fatti nuovi sono positivi! – perché possono aiutare a conoscere meglio la situazione dei profughi e soprattutto perché molte necessità di cui si parla nell’articolo sussistono ancora.

Sandra

Mangiare

I ragazzi del Ponte hanno accesso a una mensa per rifugiati, un pasto al giorno dal lunedi’ al venerdi’, inoltre la sera alcune organizzazioni umanitarie portano a turno del cibo a Piazzale Ostiense. Il fine settimana però le cose si complicano: il sabato a pranzo l’associazione Kyrios sta cercando un luogo dove distribuire il cibo senza il pronto intervento delle forze dell’ordine; la domenica a pranzo si digiuna; la sera di sabato e domenica il cibo a volte arriva e a volte no….

Lo scorso fine settimana (30/11 – 1/12/08) il cibo non è arrivato nè il sabato nè la domenica, ci vorrebbe Victor Hugo per descrivere la scena: come ogni domenica sera, i volontari Kyrios son venuti con tè e biscotti, mio marito ed io avevamo qualche indumento e una scorta di circa 80 merendine … Il cibo non è arrivato; ci siamo fatti forza e abbiamo distribuito quel poco che c’era … Forse potete immaginare un gruppo di circa 100 ragazzi affamati e congelati che cercano di arraffare una o piu’ ridicole merendine, al diavolo la fila, i criteri di equità, ce li avevamo tutti addosso, una vera lotta per la sopravvivenza, anche la nostra.

Un posto dove stare

Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 16, possono stare al coperto in un sotterraneo della Chiesa Anglicana-Americana di St. Paul entro le mura. Lì ci sono i bagni, possono lavarsi e radersi, alle 10 viene distribuito tè con biscotti; possono addirittura giocare a scacchi e a ping pong, c’è anche un’aula dove alcuni volenterosi insegnano italiano, inglese o quant’altro si abbia voglia di insegnare.

(…continua…)

ago

29

Ragazzi afgani a Roma (1/4)

Inserito da Sandra Venturini il 29 agosto 2009

Le notizie che vi propongo oggi e nei prossimi giorni descrivono la situazione al dicembre 2008. Ve le offro anche se sono in parte superate dai fatti – e non sempre i fatti nuovi sono positivi! – perché possono aiutare a conoscere meglio la situazione dei profughi e soprattutto perché molte necessità di cui si parla nell’articolo sussistono anche oggi.

Sandra

È circa un anno che i giovani rifugiati afgani sono entrati nella mia vita … Certamente l’hanno grandemente arricchita, di alcuni di loro ormai sono amica, mi sento chiamare hadjai, nonna, mamma, zia, maestra … a volte chiedono consigli, aiuto o solo auguri per il rinnovo del soggiorno. La loro vita è dura, a volte mi chiedo come potranno andare avanti, come tutti ce lo chiediamo per i nostri figli, certo, ma loro non hanno una rete di appoggi, spesso sono giovanissimi e non c’è una famiglia che dia una mano…

I ragazzi rifugiati di cui mi occupo sono sia quelli che vivono in strada che quelli che hanno già un alloggio, compresi i minori. I problemi che questi due gruppi affrontano sono diversi.

Quelli del Ponte

Come tutti i ragazzi afgani, son fuggiti dal loro paese per motivi di guerra, persecuzioni e violenza, affrontando un viaggio lungo e drammatico per raggiungere l’Italia. La maggior parte proviene dalla Grecia, un paese in cui vengono trattati con estrema durezza, altre volte peregrinano per l’Europa di paese in paese, alla ricerca di asilo. Spesso la loro situazione è regolare e, in base alle norme internazionali, avrebbero diritto alla protezione come richiedenti asilo e rifugiati. Di fatto, sono costretti a dormire in una situazione di indescrivibile degrado, senza servizi igienici, esposti al freddo e alla pioggia, con il solo riparo di un ponte, e ultimamente anche con l’assillo di venire multati per occupazione di suolo pubblico … tra loro sono numerosi i minori, l’età media è di circa 23 anni.

Dormire

Sotto il ponte dormono quei ragazzi che hanno fatto domanda di asilo e sono in attesa di un posto letto in un centro di accoglienza; quelli che son già stati 6 mesi in un centro e lo devono lasciare; quelli che stan facendo ricorso contro il rifiuto di asilo; quelli appena arrivati che non hanno ancora potuto farne domanda; quelli che non intendono restare in Italia e aspettano il momento propizio per procedere verso altri paesi europei. Infine, quei minori che si’, vorrebbero restare, ma hanno paura ad affrontare la polizia e cercano di capire come si fa.

Con l’emergenza freddo predisposta dal Comune, qualcuno di questi ragazzi troverà forse accoglienza per i mesi invernali, i posti però sono limitati e vengono assegnati in base a criteri di valutazione stabiliti individualmente e di volta in volta, chi è già stato 6 mesi in un centro di accoglienza, per esempio, ha molte meno chances di chi è in strada da un anno. Sicuramente andranno sotto il ponte i nuovi arrivati, quelli che vogliono ripartire per altri paesi, i minori che non osano consegnarsi, o che son stati già respinti dalla polizia e devono ritentare.

(…continua…)

mag

31

Storie di profughi (6)

Inserito da Antonio U. Riccò il 31 maggio 2009

Il nuovo brano che vi propongo parla del matrimonio tra afgani. Anche questo testo e stato raccolto da Misa Chiavari, che me lo ha gentilmente fornito con il consenso del profugo afgano.

I matrimoni avvengono così. La famiglia del ragazzo viene a fare visita alla mia famiglia e dice a mio padre e mia madre o a noi fratelli che ha visto mia sorella e che vorrebbe conoscerla meglio. La prima volta noi non rispondiamo, diamo solo il benvenuto alla famiglia. Intanto noi parliamo a mia sorella e le diciamo che sono venuti i genitori di questo ragazzo che vorrebbe conoscerla meglio. La prima volta mia sorella si vergogna e dice che lei non vuole. Poi la famiglia del ragazzo viene un’altra sera, porta fiori e dolci e chiacchieriamo. Mia sorella non viene nella sala.

La famiglia richiede la stessa cosa e noi rispondiamo che noi non possiamo dire nulla perchè dobbiamo parlare con la ragazza. Riparliamo con mia sorella e le chiediamo cosa ha deciso, altrimenti questa famiglia continua a venire. La ragazza accende la luce gialla che vuol dire che un po’ vuole e un po’ no, ma si vede già che quella luce potrà diventare verde. Torna la famiglia e noi cominciamo a dire che forse potrebbe essere un sì. Ci vorranno almeno 5 visite per arrivare al sì.

A questo punto noi chiediamo di conoscere il ragazzo e loro sanno che potrebbe essere un sì. Viene il ragazzo con un mazzo di fiori mentre la ragazza porta il tea per tutti e offre la tazza di tea al ragazzo, si guardano, lei saluta, lui la saluta e poi lei si siede con tutti. Ad un certo punto i genitori dicono alla ragazza che loro due possono andare a chiacchierare in un’altra stanza per conoscersi. Passate due o tre ore, i genitori chiamano il figlio perchè devono tornare a casa. Lo chiamano più volte, ma lui risponde sempre che è troppo presto. A questo punto il ragazzo dice a sua madre che ha scelto questa ragazza e che vogliono stare insieme. Lo stesso la ragazza lo dice a sua madre. Al padre non si parla mai di queste faccende perchè sono le donne che decidono queste cose!

Le pagine dedicate alle Storie di profughi si possono leggere qui.

apr

28

Storie di profughi (5)

Inserito da Antonio U. Riccò il 28 aprile 2009

Dal racconto di un profugo afgano, raccolto da Misa Chiavari:

“Mio padre mi raccontava che quando era al servizio militare per due anni non tornavano a casa ed era dura per lui, aveva 18 anni. Quando lui ci raccontava queste cose per noi erano come favole, perchè eravamo piccoli. Per me questo periodo lontano dalla famiglia è stato come essere andato a militare. Così mi dicevo e con questa idea andavo avanti.

A Teheran le mie 3 sorelle più piccole sono andate tutte a scuola. Le più grandi erano riuscite a studiare a casa a Kandahar. Anch’io avrei potuto studiare a casa, ma non mi piaceva e mio padre mi diceva sempre: “Cosa diventerai quando sarai grande, se non studi?”. Ma io non volevo studiare, mi piaceva uscire con gli amici. Le sorelle più grandi si sono sposate molto presto. Una con un mio cugino. Quindi le più grandi erano sistemate. Mio fratello era sposato e stava per conto suo. Così mia zia è venuta a stare con noi e si occupava delle tre sorelle piccole.

La vita a Theran era meglio di quella in Afganistan. Ora che vivo a Roma, non direi che era molto bella là, ma allora venivo da Kandahar ed era già molto meglio! Gli iraniani odiano gli afgani e ti trattano veramente male! Nonostante siamo stati usati nelle prime file durante la guerra tra l’Iran e l’Iraq, gli afgani sono molto mal visti in Iran, non sono mai riuscito a capire il perchè. Gli iraniani non sono capaci a lavorare quanto lavora un afgano! E’ anche una forma di politica. Quando il popolo, anzi, i poveri si lamentano perchè non c’è lavoro, anche se gli iraniani non vogliono fare i lavori più pesanti e umili che svolgono gli afgani, il governo mostra di aver rimandato gli afgani al loro paese o di trattarli abbastanza male! E’ una politica, come qui da voi con noi immigrati. Il governo chiede mano d’opera afgana, ma vorrebbe che dopo un po’ se ne tornassero a casa loro, mentre una volta usciti dalla guerra nessuno vuole tornarci!

Sono rimasto in Iran 5 anni e a 20 anni ho conosciuto una ragazza in casa di un fratello di mio cognato.”

Le pagine dedicate alle Storie di profughi si possono leggere qui.

apr

19

Storie di profughi (4)

Inserito da Antonio U. Riccò il 19 aprile 2009

Dal racconto di un profugo afgano in Italia, trascritto da Misa:

Iran

Dopo un anno questa famiglia si trovava in difficoltà. Anche loro come me erano scappati per sopravvivere. Mi dissero che volevano andare in Iran e mi chiesero cosa volevo fare io. Ho pensato che lì in Pakistan non conoscevo nessuno, cosa avrei fatto lì da solo? Così sono andato con loro in Iran, a Theran. Anche lì ho cercato subito lavoro. I primi anni ho fatto qualsiasi lavoro mi capitasse. Ho fatto il muratore, ho lavorato il marmo. Per la lingua andavo bene perchè il Darì e il Pashtun erano simili al persiano. Ho iniziato a lavorare come calzolaio in una fabbrica, lavoravo 18, 20 ore al giorno per 6 giorni a settimana, ma ero contento. Naturalmente lavoravo in nero e prendevo meno di quello con cui erano pagati gli iraniani. In sei mesi ho imparato il lavoro. Ho lasciato la fabbrica e mi sono messo in proprio.

Dopo due anni, avevo ormai 18 anni, mi fa sapere mio fratello che sta arrivando in Iran con le sorelle. Ero veramente contento di rivedere tutta la famiglia che mi era rimasta! Lavoravo come un pazzo, per preparare l’arrivo dei miei, ho affittato una casa. Mi sentivo un “uomo” perchè finalmente facevo qualcosa per la mia famiglia! Mio fratello ha portato un po’ di soldi. Quando sono arrivati eravamo tutti felici! Mia sorella più piccola aveva 5 anni, l’altra 6, l’altra 8, così a scala.

I brani precedenti del racconto si possono leggere qui.

apr

17

Storie di profughi (3)

Inserito da Antonio U. Riccò il 17 aprile 2009

Questa è la terza parte di una testimonianza raccolta da Misa. Chi racconta è un profugo afgano, la cui identità mi è nota.

“C’era una famiglia che scappava e mio fratello mi disse di andare con loro perchè se io non fossi scappato, avrebbero ucciso anche me. “Vai tu e poi noi veniamo, appena ti sei sistemato” mi disse. Non volevo partire, ma noi afgani abbiamo rispetto per il fratello maggiore e se lui dice una cosa noi obbediamo.

Sono partito da solo con questa famiglia. Siamo arrivati in Pakistan. Ero molto silenzioso, non parlavo con nessuno. Vi siamo rimasti un anno. Ho cercato subito lavoro e l’ho trovato presso un fabbro. Lavorando ti sfoghi un po’. Il mio capo diceva che ero bravo che avevo tanta voglia di imparare tutto quello che mi dava da fare. Loro parlavano molto, ma io non capivo nulla. Quando mi dicevano di portare il martello, io portavo le pinze. Poi ho iniziato ad imparare la loro lingua urda.”

Le pagine dedicate alle Storie di profughi si possono leggere qui.

apr

07

Storie di profughi (2)

Inserito da Antonio U. Riccò il 07 aprile 2009

Proseguo oggi il racconto della storia di un profugo afgano, la cui identità mi è nota. Il testo è stato trascritto da Misa Chiavari.

La morte

Avevo 15 anni, quando tornando a casa ho visto che c’era tanta gente vicino a casa mia. Corro con gli altri ragazzi e chiedo cosa è successo. Vado a vedere. Prima mio fratello maggiore non mi lasciava entrare in casa. Mi sono arrabbiato perchè volevo entrare. Gli ho chiesto di lasciarmi entrare perchè quella era casa mia.

Entro e vedo tre corpi a terra coperti da una coperta. Chiedo chi sono questi? Mio fratello mi ha detto: “Alza la coperta”. Alzo e vedo mia mamma, mio papà e mio fratello maggiore trucidati.

Non ho pianto. Per una settimana mi è venuta una malattia per cui non potevo alzarmi dal letto, non potevo reggermi in piedi. Stavo al massimo seduto. Stavo sempre zitto. Ho chiesto a mio fratello: perchè succedevano queste cose? Chi è stato? Ma nessuno sapeva nulla.

In quel momento c’erano i mujaedin, nemici dei russi e siccome mio padre avvocato lavorava per i russi per mantenere la famiglia, probabilmente è stata questa la ragione. Ora penso che questo è stata la causa, allora non capivo. Dopo una settimana ho cominciato a piangere e sono guarito. Stavo sempre da solo, non parlavo con nessuno.

Dopo un mese mio fratello, parlando con me e le mie sorelle, disse che eravamo in pericolo e che dovevamo andare via da lì. A quell’età per me sarebbe stato molto semplice diventare mujaedin sarei andato con loro, mi avrebbero armato e sarei andato in guerra, perchè ormai avevo 15 anni, giovane, pieno di energia.

apr

04

Storie di profughi (1)

Inserito da Antonio U. Riccò il 04 aprile 2009

Queste pagine non hanno solo lo scopo di farvi conoscere il mio libro. Soprattutto esse sono rivolte a creare o refforzare una sensibilità verso i problemi dei profughi, afgani in particolare.

Per questo, con l’aiuto e il consenso di Misa che me li ha forniti, pubblicherò qui le storie di alcuni di loro. Non riporterò i loro nomi, ma vi assicuro che si tratta di racconti veritieri, che Misa ha avuto la pazienza di trascrivere allo scopo di farli conoscere.

La mia famiglia

La mia famiglia era composta da 3 fratelli e 5 sorelle. Sia la famiglia di mio padre che quella di mia madre sono famiglie di Mullah. Mio padre era avvocato e lavorava per i russi durante la guerra. Eravamo una famiglia povera, ma felice, molto felice. Anche se era avvocato, mio padre guadagnava poco, e non bastava per tutta la famiglia. Non potevamo studiare perchè c’era la guerra e non si andava a scuola.

C’era una scuola molto lontana da casa nostra, ma i genitori non ci mandavano perchè era molto pericoloso. Quando uscivamo di casa la mamma stava sempre in pena ad aspettarci, sperando di vederci tornare vivi! Venivano i soldati per le strade, sparavano a tutti quanti senza sapere chi fossero, magari era un loro fatto personale.

La morte per noi era una cosa normale.

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