gen
22
Inserito da Antonio U. Riccò il 22 gennaio 2010
Più o meno all’ora in cui sto scrivendo, esattamente due anni fa, moriva Kahled.
Non al termine di una lunga vita e nel suo letto, ma sotto un tir spagnolo nel tragitto fra il porto d’Ancona e la zona industriale di Panighina di Bertinoro (FO) e a soli 15 anni. Ricordarlo oggi mi sembra il minimo che si possa fare per lui e per gli altri come lui: per Zaher, il 13enne poeta, schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre (VE) meno di un anno dopo, e per Amir, morto in circostanze simili ad Ancona il 23 giugno 2009.
Negli ultimi due anni ho cercato di raccontare la loro storia in vari modi: scrivendo un romanzo (Biscotti al cardamomo) e un racconto (La Missione di Tariq) che parlano di loro, dei giovani afgani in viaggio per mesi, spesso per anni, in cerca di una fortuna che si fa trovare raramente. L’ho fatto leggendo in pubblico i miei testi, cercando di dare voce alla loro disperazione. Da ultimo ho proposto il testo agli alunni di alcune scuole. Le loro reazioni sono state per me molto importanti, perché mi hanno segnalato che anche la morte assurda di Kahled, di Zaher e di Amir può avere un senso, se dalle loro storie nasce una riflessione per le nuove generazioni.
Da domani vi proporrò alcune lettere che mi sono pervenute da ragazze e ragazzi di una scuola di Vicenza a cui, un paio di mesi fa, avevo proposto “La Missione di Tariq“. Sono certo che anche voi avvertirete la grande commozione che emerge dalle parole dei ragazzi. La storia sembra averli toccati profondamente e esattamente questo era il mio obiettivo.
Quella storia sembra ora possa trasformarsi in una rappresentazione teatrale, da proporre, oltre che in teatro, in varie scuole del Land in cui vivo, la Bassa Sassonia. Due esperte registe tatrali – Nina de la Chevallerie e Luise Rist di Göttingen (v. boatpeopleprojekt.de) hanno iniziato a lavorare, insieme a me, per mandare in scena Tariqs Auftrag, questo sarà il probabile titolo del pezzo, verso fine anno. Gli incontri che abbiamo avuto sino ad ora con i rappresentanti di varie istituzioni culturali e sociali ci hanno rafforzato nell’impegnarci a fondo per la riuscita del progetto, cui collaborerà anche la casa editrice alpha beta di Merano, che ha pubblicato il testo da cui è tratta la rappresentazione.
Lo facciamo con lo scopo di aiutare i giovani a riflettere sulla situazione dei profughi e a prendere posizione, nella loro vita futura, contro ogni discriminazione e manifestazione xenofoba nei loro confronti. Ma lo facciamo anche perché Kahled, Zaher, Amir e gli altri non vengano dimenticati, dopo le poche righe di cronaca che sono state dedicate sui giornali alla loro terribile morte.
ago
20
Inserito da Antonio U. Riccò il 20 agosto 2009
Il breve testo che desidero proporvi oggi è stato scritto da Hamed Mohamad Karim, regista afghano e rifugiato politico, ed è stato pubblicato sul sito www.meltingpot.org. Vi si parla dell’Afghanistan e anche di Zaher.
Spero vi ricordiate di Zaher, il ragazzo afgano morto schiacciato dalle ruote di un tir a Mestre nel dicembre 2008. Di lui vi ho parlato in tre articoli di questo blog : Quanto vale una vita umana?, C’è posta per me e Versi di un profugo ragazzino.
Ecco cosa ha scritto Hamed al sindaco di Venezia, Massimo Cacciari:
Signor Sindaco,
un giorno lei mi ha chiesto com’è adesso la situazione in Afghanistan. Lì così su due piedi non ho trovato una risposta adatta.
Non volevo ripetere sempre le stesse cose, perché la situazione oggi in Afghanistan è molto di più che una guerra, un migliaio di ONG e qualche foto di talebani e forze alleate. Ma come si fa a spiegare le mille cose che mi passano per la testa: la mia gente, gli occhi pieni di speranza, le promesse e i continui paradossi a cui non so dare risposta. Mi sono vergognato e ho solo sorriso abbassando gli occhi.
Solo oggi, parlando al telefono col padre di Zaher, ho sentito il dovere di rispondere a quella domanda rimasta in sospeso. Lui affrontando con coraggio la situazione mi diceva: “che Dio perdoni me e gli altri, perché lo abbiamo ucciso con le nostre stesse mani: io e i miei coetanei qui in Afghanistan, che abbiamo creato solo un ambiente di guerra in cui nessuna possibilità è lasciata ai giovani; coloro che lo hanno accolto perché hanno fatto in modo che per cercare salvezza si dovesse infilare sotto un camion”.
Io che ho la “fortuna” di essere in Europa, invidiato da migliaia di giovani illusi, li vedo ogni giorno arrivare chiedendo aiuto. So cosa cercano; so da cosa scappano; so quale prezzo devono pagare e mi chiedo sempre più ossessivamente “perché”.
Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è quella di un Paese in cui la gente non può essere altro che burattino o complice; un Paese da cui i ragazzi più bravi e volenterosi capiscono devono fuggire; ma dove? A che prezzo?“Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è un ragazzo di 13 anni morto sotto un camion a Venezia per eludere il controllo di chi avrebbe dovuto offrigli asilo”.
Ecco cosa avrei dovuto rispondere
mag
01
Inserito da Antonio U. Riccò il 01 maggio 2009
Zaher Rezai, figlio di Mahamud, afgano hazarà non era ancora adolescente quando è morto, nel dicembre 2008, sotto le ruote di un tir a Mestre (VE). Tra gli oggetti che portava con sé c’era un taccuino con dei versi, in parte di autori classici afgani, in parte suoi. Eccone alcuni, pubblicati a cura di Hamed Mohamad Karim e Francesca Grisot con l’aiuto di Domenico Ingenito.
Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.
Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi
*****
Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendesi il mio corpo
Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?
In un luogo alto sia deposta la mia bara
Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo.
Un articolo sulle poesie di Zaher lo potete leggere sul sito della rivista L’Altrapagina a questo indirizzo.
feb
22
Inserito da Antonio U. Riccò il 22 febbraio 2009
Di tanto in tanto ricevo posta da Merano. Non elettronica, ma cartacea. Già riconoscendo la sua grafia sulla busta, capisco che Gina Abbate mi ha gentilmente spedito qualche nuovo documento o articolo.
Ieri la postina mi ha consegnato una busta contenente una pagina del quotidiano il Manifesto del 17 febbraio, tutta dedicata alle “storie di chi sogna l’Italia”, di cui Gina mi aveva parlato nei giorni scorsi.
Alessandra Sciurba ha proposto ai lettori del quotidiano romano, sotto il titolo Patrasso direzione Venezia, la storia di Rahmat, diciannovenne, scampato a una strage dei Talebani nel suo paese, e del suo amico Zaher, “un ragazzino malinconico e sempre gentile”. Zaher è il giovanissimo profugo morto a dicembre a Mestre, schiacciato dalle ruote di un tir.
Non sono – ormai lo sapete – storie di pochi. E la brava ricercatrice siciliana lo documenta dopo essere stata a Patrasso e aver parlato con i profughi. Nella pagina de Il Manifesto racconta, infatti, anche di altri profughi con storie del tutto rappresentative della realtà degli abitanti della baraccopoli afgana di Patrasso. Ci parla di Mohammad, cui una pallottola di un comandante dei Mujaheddin ha attraversato la testa ed ha leso i nervi del collo, di Alì che è un bambino hazarà di 12 anni; di Habib, che ha rischiato di morire assiderato nella cella frigorifera di un tir; di Reza, figlio di un capo locale ucciso dai Talebani…
Purtroppo sul sito del quotidiano non sono riuscito a trovare traccia dell’articolo. In compenso ho trovato altri contributi di Alessandra Sciurba in rete, sul sito del Progetto Melting Pot Europa e volentieri ve li segnalo. Meritano davvero d’essere letti!
Storie dal campo di Patrasso. Ordinaria violenza dall’Afghanistan all’Italia.
feb
11
Inserito da Antonio U. Riccò il 11 febbraio 2009
Ci sono vite e vite, purtroppo. Nei giorni scorsi c’era la vita di Eluana, da conservare ad ogni costo, anche contro ogni evidenza. Una vita che aveva per molti un valore immenso. Ci sono state mobilitazioni per conservarla, sono volate parole di fuoco e ieri ho persino sentito un cardinale far capire, senza grandi giri di parole, che la sua morte è stata un assassinio.
E allora mi chiedo: quanto vale la vita umana? Tutte le vite hanno davvero lo stesso valore? E, se tutte le vite hanno lo stesso valore, perché la morte di alcuni finisce al massimo in un trafiletto in decima pagina dei quotidiani e quella di altri viene annunciata a titoli cubitali?
Valgono più o meno della vita di Eluana le vite (e le morti) di Zaher e di Khaled? Zaher non è morto in un letto d’ospedale, ma schiacciato dalle ruote del tir sotto cui aveva cercato rifugio, a Mestre, il 10 dicembre del 2008. Aveva 13 o 14 anni. Anche Khaled è morto sotto un tir, ucciso dalle esalazioni o per aver sbattuto il capo contro l’asfalto. Lo hanno trovato a Bertinoro, nella zona industriale, nel pomeriggio del 22 gennaio del 2008. Aveva 15 o 16 anni.
E quanto valevano le vite di quei 10.000 disperati che, secondo stime attendibili, sono morti in dieci anni tra le onde del Mediterraneo, cercando di raggiungere le coste del nostro paese?
Ci si può anche chiedere quanto vale la vita dell’uomo di 42 anni, del quale stamattina La Repubblica scrive che
“…è stato cosparso di liquido infiammabile e gli è stato dato fuoco. E’ successo all’1.50 della notte scorsa nella periferia est della Capitale, in via Casilina. A quanto si apprende, l’uomo è ricoverato in gravi condizioni.”
Quello di oggi è un episodio simile a quello dell’indiano picchiato e bruciato a Nettuno (Roma), qualche giorno fa, da tre giovani italiani. I tre, uno dei quali ha solo 16 anni, hanno confessato di aver voluto “provare un’emozione forte” e di “voler fare uno scherzo al barbone”. Anche della vita dell’indiano è lecito chiedersi: quanto vale?
Non ho risposte a queste domande. Posso solo dire di non aver notato, attorno ai loro corpi straziati, tutto il clamore che in questi giorni circondava la casa di riposo “La Quiete”, dove Eluana si stava spegnendo. Forse è vero che le vite non hanno tutte lo stesso valore.